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8 musei molto particolari da visitare in Italia

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In Italia, prima della pandemia, c’erano quasi cinquemila musei. Il Covid ha costretto parecchi a chiudere, ma il numero rimane comunque molto elevato. Il dato non stupisce, considerato il patrimonio storico, culturale e artistico del Belpaese (non a caso). Luoghi come la Galleria degli Uffizi, Palazzo Ducale e il Museo Egizio richiamano ogni anno milioni di turisti.

Ma accanto alle realtà più conosciute, ne esistono anche altre meno note. A volte insolite, spesso decisamente fuori dall’ordinario. A Torino, per esempio, c’è il Museo di anatomia Luigi Rolando, che espone scheletri, parti anatomiche e organi veri e riprodotti fedelmente con gesso, cera e altri materiali. A Tradate, invece, si trova il Museo Fisogni delle pompe di benzina vintage e a Modena ha sede il Museo della figurina.

Tra le esposizioni inusuali ci sono anche il Museo della macchina per scrivere di Parcines e il Museo della tortura e della pena di morte di San Gimignano, che con la sua disturbante “collezione” svolge un’importante attività di divulgazione e sensibilizzazione.

Di tutt’altro tenore è il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro, un vero e proprio tesoro nascosto nel cuore della Pianura Padana, che racconta in maniera unica le “cose di uso comune” e la vita contadina. Mentre a Castelnuovo Rangone c’è il Museo della salumeria, che eleva a “beni culturali” prosciutti e salami, e a Parabiago esiste da anni un “angolo di Oriente”, il Crespi Bonsai Museum.

Tutti quanti propongono un viaggio unico alla scoperta di oggetti, storie, luoghi e tradizioni poco conosciuti, fuori dagli schemi e sempre emozionanti. Allora, perché non visitarli?



1. Il Museo della macchina per scrivere (Parcines)

Chi ha inventato la macchina per scrivere? Se la produzione industriale ha avuto inizio negli Stati Uniti per opera della E. Remington and Sons nella seconda metà dell’Ottocento, l’attribuzione del rivoluzionario apparecchio è incerta.

Il congegno più antico risale al 1575 ed è stato realizzato dall’editore e tipografo veneziano Francesco Rampazetto. Poi ci sono un brevetto inglese del 1714, il “tacheografo” di Piero Conti nel 1823 e il “cembalo scrivano” di Piero Ravizza nel 1846. Un ulteriore e significativo passo avanti è stato compiuto dal falegname e carpentiere di Parcines Peter Mitterhofer, che tra il 1864 e il 1869 ha sviluppato ben cinque modelli di macchina per scrivere (due in legno e tre in metallo).

L’artigiano ha portato la sua invenzione a Vienna all’imperatore Francesco Giuseppe, ma il sovrano e la sua corte non ne hanno capito le potenzialità e Mitterhofer è morto senza vedere riconosciuto il proprio lavoro. Il suo fondamentale contributo è stato riscoperto postumo e nel 1993 Parcines gli ha reso omaggio con l’omonimo Museo della macchina per scrivere o Schreibmaschinenmuseum.

L’allestimento conta più di 2mila modelli, per la maggior parte raccolti e donati dall’imprenditore e filantropo Kurt Ryba. Tra i pezzi esposti – oltre alle “creature” di Mitterhofer – ci sono esemplari come la “Palla da scrivere” di Malling Hansen, la Olivetti Valentine (premiata per il design) e la leggendaria macchina crittografica Enigma. L’esposizione è completata da un ricchissimo archivio, che comprende materiale documentale, fotografico e non solo.

Il Museo della macchina per scrivere in Sud Tirolo non è l’unico nel suo genere in Italia. Altri si trovano a Ivrea (sede della storica azienda Olivetti), Bra, Milano e Trani.

2. Il Museo di anatomia Luigi Rolando (Torino)

Scheletri, crani, organi e parti del corpo, calchi in gesso e modelli in cera e altri materiali incredibilmente realistici. Il Museo di anatomia Luigi Rolando di Torino può fare arricciare il naso a qualcuno, ma ha uno straordinario valore scientifico e storico. L’allestimento non solo custodisce una ricchissima collezione anatomica, ma riproduce in maniera fedele l’atmosfera di un museo scientifico ottocentesco.

L’esposizione è ospitata nel monumentale Palazzo degli istituti anatomici ed è composta da un gran numero di vetrine “affollate di preparati e senza illuminazione interna” e quasi del tutto prive di testi. Ma a dare spiegazioni ci pensano alcune discrete aggiunte moderne. Tre postazioni video, una serie di schede informative e una guida cartacea raccontano la storia delle collezioni ed esplorano il mondo della scienza e della scuola anatomica torinese.

Inoltre, il museo propone diverse attività e visite guidate, alcune delle quali a tema e realizzate in collaborazione con il vicino Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso. Per partecipare alle varie iniziative è necessario prenotare, mentre acquistando un ticket cumulativo è possibile visitare entrambe le esposizioni e l’altrettanto curioso Museo della frutta, che raccoglie “mille e più frutti artificiali plastici”.

3. Il Crespi Bonsai Museum (Parabiago)

A Parabiago, a pochi chilometri da Milano, c’è un vero e proprio “angolo di Oriente”. Il Crespi Bonsai Museum è sorto nel 1991 e custodisce una straordinaria collezione di piante secolari, vasi, oggetti di arredamento e libri antichi. L’esposizione permanente – tra le prime al mondo – è allestita in un suggestivo edificio in cemento, acciaio e pietra e comprende alberi allevati dai più importanti maestri giapponesi.

Il “fiore all’occhiello” del Museo Crespi è un Ficus retusa di centinaia di anni, con un tronco spettacolare “scolpito” da un fitto intreccio di radici aree. Lo straordinario esemplare – unico al mondo e dal valore inestimabile – è contenuto in un grande vaso di cotto realizzato in un solo blocco ed è custodito in una pagoda dal soffitto di vetro.

La collezione creata da Luigi Crespi comprende numerosi altri esemplari di enorme pregio ed è un’opera d’arte vivente. Le piante vengono esposte a rotazione, in base al migliore momento stagionale, e l’allestimento cambia aspetto e si perfeziona anno dopo anno.

L’antica arte orientale degli alberi in miniatura viene raccontata anche dal Museo del bonsai dei Vivai Franchi a Pescia, in Toscana. La collezione in mostra si compone di un centinaio di piante, tra cui alcuni esemplari molto antichi e di dimensioni notevoli.


4. Il Museo Fisogni delle pompe di benzina vintage (Tradate)

La storia del Museo delle pompe di benzina è iniziata nel 1961, quando Guido Fisogni ha trovato un esemplare “dimenticato e in pessime condizioni” di distributore Bergomi a pentalitri abbinati. Quella scoperta ha dato il via a una collezione che il lavoro dell’imprenditore ha fatto diventare da Guinness dei Primati (nel vero senso della parola).

Fisogni costruiva e ristrutturava stazioni di servizio in Italia e in Europa e in più di quarant’anni ha raccolto centinaia di pompe di benzina e migliaia di oggetti, gadget, pubblicità, documenti e disegni tecnici collegati al mondo dei distributori di carburante. Il museo ha aperto le porte nel 1996 a Palazzolo Milanese e – dopo una lunga chiusura – nel 2015 ha trovato una nuova sede a Villa Castiglioni a Tradate.

L’esposizione comprende più di cinquemila pezzi e annovera veri e propri reperti storici e alcune “chicche” come la “pompa di benzina di Mussolini”. Il distributore è in stile littorio – con una forma che fa pensare al saluto romano – e viene attribuito all’architetto Marcello Piacentini.

L’erogatore faceva parte di una serie limitata utilizzata nelle ambasciate e nelle prefetture e reca la scritta “benzina pura”. La specifica rivela l’esclusività della pompa, perché il carburante in uso all’epoca in Italia era addizionato con alcool di barbabietola da zucchero (per vie delle sanzioni a causa della guerra in Etiopia).

5. Il Museo Ettore Guatelli (Parma)

Il Museo Ettore Guatelli è un insospettabile tesoro nel cuore della Pianura Padana. Situato a Ozzano Taro, in provincia di Parma, custodisce un’infinità di “cose di uso comune” che raccontano la quotidianità della vita contadina. Di fatto è un museo etnografico, ma i criteri di selezione degli oggetti e la loro organizzazione ed esposizione lo rendono un luogo speciale e fuori dall’ordinario.   

Gli attrezzi da lavoro, le scarpe, le valigie e i tantissimi altri congegni e manufatti che formano la collezione sono logori, rotti e rattoppati e sono disposti sulle pareti e sui pavimenti a formare spettacolari disegni geometrici, muri e colonne.

Nella loro imperfezione, gli oggetti conservano l’impronta di chi li ha usati ogni giorno e ne rinnovano per sempre l’unicità e la memoria. Mentre le incredibili composizioni attirano l’attenzione del visitatore e nobilitano le “cose di uso comune”.

Il museo porta il nome del suo ideatore e creatore - un maestro di scuola affascinato dalla capacità degli oggetti di custodire ricordi e raccontare storie – ed è allestito in quella che era la casa di famiglia. La filosofia e l’operazione culturale di Ettore Guatelli sono illustrate e approfondite negli scritti che ha redatto durante tutta la vita e vengono portate avanti dalla fondazione e dall’associazione a lui dedicate.

6. Il Museo della figurina (Modena)

Più di cinquecentomila piccole stampe a colori e “materiali affini per tecnica e funzione” come scatole di fiammiferi, bolli chiudilettera, menu, album e molto altro ancora. Il Museo delle figurine di Modena è una raccolta straordinaria per quantità e qualità, nata dalla passione collezionistica di Giuseppe Panini. Il fondatore dell’omonima, celebre azienda l’ha donata al comune nel 1992 e oggi i visitatori possono ammirarla nella splendida cornice di Palazzo Santa Margherita.

I pezzi in mostra sono 2.500 – la restante parte è conservata in archivio – e sono presentati per mezzo di sei grandi armadi espositivi, strutturati come album da sfogliare. L’allestimento inizia dopo un suggestivo “tunnel delle meraviglie” ed è un viaggio dai materiali antesignani delle figurine alle edizioni sportive e del secondo dopoguerra.

L’esposizione custodisce la collezione storica più famosa al mondo, la serie stampata dalla Liebig, la famosa azienda britannica produttrice di estratto di carne e dado da brodo. Ma annovera anche preziose stampe e oggetti originali che finiscono per rendere riduttivo il nome di Museo della figurina.

Gli spazi di Palazzo Santa Margherita ospitano pure numerosi allestimenti temporanei dedicati ad argomenti sempre diversi, oltre a conferenze, incontri, convegni e proiezioni su tematiche di vario tipo. La biblioteca e l’archivio possono essere consultati previa prenotazione, che è necessaria anche per partecipare alle visite guidate e alle attività didattiche.

7. Il Museo della salumeria (Castelnuovo Rangone)

Prosciutti e salami come “beni culturali”. Il Museo della Salumeria (MuSa) di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, è nato nel 2013 per “far conoscere, valorizzare e tramandare l’antica arte di fare salumi”. La peculiare esposizione si trova nella sede di Villani Salumi e racconta non solo la storia dell’azienda (una delle più antiche dell’Emilia-Romagna), ma anche una tradizione antica e profondamente radicata nel territorio.

Il museo si articola su tre piani e propone un itinerario multimediale che si sviluppa in dieci tappe tra immagini, testi descrittivi, antichi macchinari e altri reperti legati alla lavorazione della carne. Il percorso inizia dalle spezie e dagli aromi naturali usati in salumeria e procede attraverso le ricette e le preparazioni, l’arte del taglio e della legatura e il ruolo del territorio e della temperatura.

Le successive tappe sono dedicate agli artigiani e ai mestieri della filiera, all’importanza del tempo e – ovviamente – a “sua maestà” il maiale. Fino alle ultime che raccontano i salumi d’Italia e il passato e il presente di Villani. La visita è guidata e si conclude con una degustazione di prodotti tipici, accompagnati da un bicchiere di vino Lambrusco.

8. Il Museo della tortura e il Museo della pena di morte (San Gimignano)

Fino a dove può arrivare la malvagità umana? Il Museo della tortura e il Museo della pena di morte di San Gimignano rivelano che può sprofondare in inimmaginabili abissi di perversione. Le esposizioni allestite in due antichi palazzi del centro storico comprendono oltre cento strumenti progettati per infliggere terribili tormenti e provocare una morte atroce. 

I due musei custodiscono una inquietante collezione di “pezzi di eccezionale rarità” (datati tra il XVI e il XVIII secolo) e una serie di ricostruzioni filologiche di “originali antichi e introvabili”. Tra gli strumenti in mostra ci sono congegni tristemente famosi come la “Vergine di Norimberga”, la cintura di castità e la ghigliottina e altri meno conosciuti ma ugualmente terrificanti.

Le esposizioni – visitabili con un unico biglietto – non vogliono fare paura e non indulgono alla morbosità, ma sono state progettate per “educare alla non violenza e al rispetto dell’uomo e della donna”. Gli strumenti sono inseriti in un contesto scenografico che ha una finalità divulgativa e di sensibilizzazione e il percorso di visita ha una valenza storica e di denuncia.

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