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Alla scoperta della Selva di Cadore e dei suoi dintorni

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Selva di Cadore è un villaggio di cinquecento abitanti, ma accoglie ogni anno migliaia di turisti. Il borgo nel cuore delle Dolomiti Venete offre numerose attività in estate e in inverno ed è un punto di accesso al comprensorio sciistico Ski Civetta (all’interno del Dolomiti Superski).

Il turismo è diventato la principale attività di Selva di Cadore, ma il piccolo centro in provincia di Belluno conserva antiche radici rurali e una storia che va indietro nel tempo fino agli albori dell’umanità. 

A raccontare il passato (più) remoto della zona è l’Uomo di Mondeval, un cacciatore di oltre 7mila anni fa ritrovato nell’omonima valle e conservato al Museo Vittorino Cazzetta. Invece, il Castello di Andraz e le Miniere del Fursil offrono una testimonianza più recente delle vicende che hanno interessato la zona.

In particolare, l’Agordino è stato un importante centro minerario e l’attività di estrazione ha portato benessere economico e sviluppo a tutta l’area circostante.

Il lavoro nelle miniere è andato calando fino a scomparire nel Settecento, ma la gente del posto ha saputo andare avanti. L’agricoltura, l’allevamento e la produzione artigiana hanno sostenuto le comunità della valle e le borgate di Toffol e L’Andria permettono di ritrovare un passato non molto lontano.

Selva di Cadore e i suoi dintorni custodiscono uno straordinario patrimonio naturalistico, storico, artistico e culturale. Qui trovate 7 luoghi da esplorare per andare alla loro scoperta.

1. La Chiesa di San Lorenzo Martire

Della Chiesa di San Lorenzo Martire si sa poco, ma per certo è stata consacrata due volte. La ripetizione dell’atto liturgico per destinare l’edificio all’uso sacro è legata a un fatto di sangue. La piccola costruzione era stata consacrata nel 1438, ma poco tempo dopo è stata profanata da un delitto. Per questa ragione, ha dovuto essere sottoposta di nuovo al rituale nel 1447. 

La Chiesa di San Lorenzo Martire risale probabilmente al XII secolo. Di sicuro esisteva nel 1234, anno in cui viene menzionata in un lascito. Nel corso dei secoli è stata oggetto di numerosi rimaneggiamenti e ampliamenti ed è la più grande della Val Fiorentina.

Un importante intervento di restauro risale al Trecento, ma è nell’Ottocento che la chiesa ha subito le modifiche più consistenti. In questo periodo è stata aggiunta la sacrestia, sono state costruite quattro cappelle ed è stata ingrandita la navata. Invece, il caratteristico campanile a guglia è stato eretto nel Novecento. 

All’interno della chiesa sono custoditi tre altari di gusto barocco, diversi dipinti di pregio e un imponente organo a canna costruito dal maestro Girolamo Zavarise nel 1790.

2. Il Museo Vittorino Cazzetta

La star del Museo Vittorino Cazzetta è senza dubbio l’Uomo di Mondeval, ritrovato nella omonima valle vicino a Selva di Cadore. Lo scheletro dell’antico abitante della Val Fiorentina e il suo ricco corredo funebre sono il cuore della Sezione Archeologica. “Valmo” (com’è stato ribattezzato con affetto) è un cacciatore di 7.500 anni fa e la sua scoperta è considerata una tre le più importanti nel genere a livello mondiale.

Ma l’Uomo di Mondeval non è l’unico straordinario reperto del Museo Vittorino Cazzetta. Nella Sezione Geologica è custodito un calco del masso del Monte Pelmetto in cui sono visibili alcune Impronte di dinosauri. Le orme hanno provato per la prima volta la presenza dei grandi vertebrati in Italia e sono un’eccezionale testimonianza dell’epoca preistorica sulle Dolomiti.

Il Museo Vittorino Cazzetta comprende anche una Sezione Storica dedicata alla vita in alta quota dagli albori della storia dell’umanità ai giorni nostri. Tutti gli allestimenti sono caratterizzati da presentazioni multimediali, ricostruzioni ed elementi interattivi che rendono il percorso di visita adatto ad adulti e bambini.

Il merito della (incredibile) ricchezza del museo di Selva di Cadore è dell’uomo che gli dà il nome. Vittorino Cazzetta era un ricercatore autodidatta ed è alla sua passione che si deve la scoperta di “Valmo” e del masso con le impronte dei dinosauri.

3. i borghi storici di Toffol e L’Andria (Somaselva)

Somaselva. È così che veniva chiamato l’insieme di villaggi formato da Toffol, L’Andria, Colò, Agnol e Ai Sech. Il nome è rimasto, anche se è usato sempre meno e la zona viene indicata come “Toffol e L’Andria”. I due borghi sono i più grandi e sono attraversati da un percorso didattico che racconta la storia e le tradizioni della zona.

La presenza del torrente Loschiesuoi e l’esposizione soleggiata hanno fatto di Somaselva uno dei primi insediamenti stabili della Val Fiorentina. L’abitato “diffuso” è composto da abitazioni con fienile in stile ladino e da edifici e costruzioni che offrono una preziosa testimonianza degli antichi usi e costumi della valle.

Lungo il percorso che attraversa i vari borghi si incontrano una sorta di totem che veniva utilizzato per essiccare le fave (il “faer”), una tettoia di legno dove veniva ferrato il bestiame (il “travai”), un deposito per la calce, il forno dove veniva cotta (la “ciaucera”) e due piccole chiese. A Toffol c’è anche un antico mulino restaurato e funzionante, mentre a L’Andria è presente un capitello affrescato del Seicento. 

4. Serrai di Sottoguda

Somaselva. È così che veniva chiamato l’insieme di villaggi formato da Toffol, L’Andria, Colò, Agnol e Ai Sech. Il nome è rimasto, anche se è usato sempre meno e la zona viene indicata come “Toffol e L’Andria”. I due borghi sono i più grandi e sono attraversati da un percorso didattico che racconta la storia e le tradizioni della zona.

La presenza del torrente Loschiesuoi e l’esposizione soleggiata hanno fatto di Somaselva uno dei primi insediamenti stabili della Val Fiorentina. L’abitato “diffuso” è composto da abitazioni con fienile in stile ladino e da edifici e costruzioni che offrono una preziosa testimonianza degli antichi usi e costumi della valle.

Lungo il percorso che attraversa i vari borghi si incontrano una sorta di totem che veniva utilizzato per essiccare le fave (il “faer”), una tettoia di legno dove veniva ferrato il bestiame (il “travai”), un deposito per la calce, il forno dove veniva cotta (la “ciaucera”) e due piccole chiese. A Toffol c’è anche un antico mulino restaurato e funzionante, mentre a L’Andria è presente un capitello affrescato del Seicento. 

5. Il Castello di Andraz

Il castello di Andraz sorge su un grande masso erratico e la sua peculiarità è che si sviluppa in funzione dello sperone di roccia dal quale domina la valle. La struttura del fortilizio segue la forma e l’inclinazione della pietra ed è articolata su più livelli intorno a una scala centrale.

La particolare architettura del Castello di Andraz risale probabilmente al XIV secolo e riprende quella di un precedente maniero, ma ha subito vari rimaneggiamenti nei secoli successivi. L’aspetto attuale è il risultato degli interventi di restauro e ricostruzione effettuati a causa di alcuni grandi incendi che hanno danneggiato gravemente la struttura.

Insieme ad altri fortilizi, il castello di Andraz è stato a lungo un presidio per il controllo dei traffici sulle strade tra l’Agordino e la Val Pusteria. Poi è diventato un avamposto militare strategico per i Vescovi Conti di Bressanone contro le mire espansionistiche di Venezia.

Il maniero ha perso progressivamente importanza a partire dal XVII secolo. È stato venduto a privati, spogliato degli arredi e del tetto e pesantemente bombardato durante la Grande Guerra. 

Il Castello di Andraz è stato recuperato con un importante intervento di restauro conservativo ed è stato aperto al pubblico nel 2002.

6. Le Miniere del Fursil

Le Miniere del Fursil sono state a lungo motivo di tensione tra il Tirolo e Venezia e all’interno del Tirolo stesso. La ragione ha un nome che suona un po’ come uno scioglilingua: siderite manganesifera. Le cave del Monte Pore erano ricche di un minerale del ferro straordinariamente resistente, flessibile e resiliente. Una sorta di antesignano dell’acciaio. 

La siderite manganesifera veniva utilizzata per realizzare ogni genere di arma da taglio e ha rappresentato per secoli una eccezionale risorsa economica non solo per l’Agordino, ma per tutta l’area delle Dolomiti. Le Miniere del Fursil hanno dato lavoro a ogni fonderia e fucina della zona e hanno fatto sorgere nuove realtà.

L’attività ha iniziato a rallentare di fronte alla convenienza delle materie prime importate dalle colonie. Il sito del Monte Pore è stato chiuso nel 1753. Due anni dopo, la stessa sorte è toccata ai forni e ai laboratori per la lavorazione della magnesite. La politica dell’autosufficienza del Fascismo ha dato vita a un nuovo tentativo di sfruttamento, ma l’esperienza ha avuto vita breve e si è conclusa nel 1945.

Il sistema di tunnel nel Monte Pore è stato sottoposto a un importante intervento di recupero e una galleria è accessibile tramite visite guidate. 

Le Miniere del Fursil si trovano lungo quella che un tempo era la “via del ferro” e oggi è un percorso panoramico. L’antico itinerario della “Strada de la Vena” è stato ricostruito dall’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV) e congiunge il sito di estrazione con il Castello di Andraz e il Passo di Valparola da una parte e con Selva di Cadore e Caprile dall'altra.

7. Il Museo all’aperto del Monte Lagazuoi

Le Dolomiti Ampezzane sono state teatro di un duro e logorante scontro tra le truppe dell’esercito italiano e austroungarico durante la Grande Guerra. Le due fazioni si sono fronteggiate dal 1915 al 1917 e di quei terribili anni sono rimasti come drammatica testimonianza pezzi di artiglieria, trincee, gallerie e rifugi.

Il Museo all’aperto del Monte Lagazuoi racconta la “guerra bianca” (quella combattuta in montagna) attraverso diversi percorsi di visita tra le postazioni occupate dai soldati italiani e austroungarici. Il “cuore” dell’area museale è la cima del Lagazuoi, che può essere raggiunta in vari modi.

Il più veloce è la funivia che parte da Passo Falzarego e arriva in vetta in pochi minuti. Altrimenti è possibile percorrere a piedi il Sentiero del fronte oppure il Sentiero dei Kaiserjäger. Il primo è ampio e adatto a tutti, mentre il secondo presenta alcuni elementi di difficoltà che lo rendono più impegnativo.

Un’altra strada per raggiungere la vetta è la Galleria dell’Anticima. Il tunnel si trova sul Sentiero del fronte e l’ingresso è collocato in prossimità della Cengia Martini. Lo scavo realizzato dai soldati italiani per minare le postazioni austriache risale la montagna per oltre 1 km e sbuca in corrispondenza dell’anticima del Piccolo Lagazuoi. 

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