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Cosa vedere a Molveno e dintorni

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Molveno è un piccolo borgo ai piedi delle Dolomiti del Brenta, ma è un vero e proprio scrigno di tesori storici e naturalistici. 

Il paese di poco più di mille abitanti è una rinomata località turistica per l’omonimo lago (proclamato diverse volte “più bello d’Italia”) e la vicinanza della Ski Area Dolomiti Paganella. Trekking, mountain bike, pesca, sci, snowboard e ciaspolate sono alcune delle tante attività che è possibile praticare a Molveno in estate e in inverno.

Ma il borgo all’interno del Parco naturale Adamello-Brenta ha anche altre esperienze da offrire. La segheria del XVI secolo e i “fortini di Napoleone” raccontano un inedito spaccato della storia del Trentino. Mentre il Parco faunistico di Spormaggiore (a poca distanza dal paese) permette di ammirare orsi, lupi, linci e altri carnivori autoctoni della zona in condizioni di semi-naturalità.

Nelle immediate vicinanze di Molveno si trovano anche il Castello di Stenico, che è stato per secoli un centro del potere dei Principi Vescovi di Trento, e il Parco Archeo Natura di Fiavè. Quest’ultimo è un museo open air che conserva un’area archeologica dell’Età del Bronzo e una (straordinaria) ricostruzione di un villaggio palafitticolo di 3.500 anni fa.

Se avete in programma una vacanza a Molveno o ci state pensando dopo avere letto fino a qui, ecco alcune cose che non dovete perdervi.

Il lago di Molveno

Una “preziosa perla in più prezioso scrigno”. Così Antonio Fogazzaro ha descritto il Lago di Molveno. Ed è facile capire perché. Il bacino di origine naturale è circondato dalla corona rocciosa del Gruppo del Brenta, del Monte Gazza e della Paganella e la sua acqua dai riflessi verdi e azzurri bagna una spiaggia di morbida erba.

Il grande invaso (il secondo per estensione del Trentino) è stato proclamato più volte “Lago più bello d’Italia” e si è fregiato della Bandiera Blu che certifica la qualità dell’acqua. Il bacino di Molveno è anche ricco di pesci ed è l’habitat del pregiato Salmerino alpino.

Lo specchio d’acqua ai piedi delle Dolomiti del Brenta è una frequentata meta turistica ed è il punto di partenza per passeggiate ed escursioni (anche in mountain bike o con le ciaspole). Intorno alle sue sponde si snoda un facile e panoramico percorso ad anello di una decina di chilometri. Poco distante partono altri itinerari di trekking che portano ai rifugi della zona.

Il Lago di Molveno offre anche la possibilità di praticare diversi sport acquatici ed è attrezzato con aree gioco per i bambini. In zona si trovano pure un acqua-park, campi di minigolf e da tennis e una piscina olimpionica.

La Segheria veneziana Taialacqua

Il nome fa pensare a un collegamento con l’acqua. E in effetti è così. La Segheria veneziana Taialacqua funziona ancora oggi grazie al Rio Molini. Ma la realtà è un’altra. Don Taialacqua era un parroco di Molveno ed è colui che ha promosso la costruzione dell’impianto nel XVI secolo. 

Il religioso ha messo a disposizione i fondi e le conoscenze per avviare l’attività, poi la segheria è stata realizzata “in forma cooperativa” dagli abitanti del piccolo borgo. L’impianto è stato sviluppato sulla base della tecnica inventata nella Repubblica di Venezia che prevede un sistema “biella-manovella” (in cui il moto circolare viene trasformato in moto rettilineo).

Il progetto di don Taialacqua era di migliorare le condizioni della popolazione di Molveno e si è rivelato vincente. Nella segheria venivano prodotte tavole di legno dello spessore da 6 a 10 mm (“molvene”), che erano vendute nella zona di Riva del Garda. L’attività ha preso piede e un documento del XVIII secolo riporta che all’epoca lungo il Rio Molini esistevano ben cinque stabilimenti. 

La Segheria Taialacqua è l’unica rimasta. Ma il periodo di grande fermento produttivo è testimoniato dal toponimo “Val delle Seghe”, che indica il pianoro che da Molveno si addentra fino alla Bocca di Tuckett.

I fortini di Napoleone

Gli antichi presidi militari sul lato occidentale del Lago di Molveno si chiamano “fortini di Napoleone”, ma non è stato il generale e imperatore a costruirli. Tutt’altro. Le fortificazioni sono state erette dagli austriaci in funzione antifrancese. E per dirla tutta, risalgono a due epoche differenti.

Il nucleo più antico è del 1703 e consiste in alcune trincee scavate sul Dosso di Mezzolago per fermare l’eventuale avanzata delle truppe di Luigi XIV durante la Guerra di successione spagnola. I fortini veri e propri sono successivi e si sviluppano tra Dos Corno, Sella di Mezzolago, Baita Fortini e Forte Alto.

Il comando austriaco ha deciso di erigere degli avamposti di difesa sul passo tra le Giudicarie e la Val di Non dopo che i francesi hanno invaso a più riprese il Trentino. I lavori si sono svolti tra luglio e novembre del 1805 e hanno portato alla realizzazione di quattro forti in muratura e di una caverna protetta da un sistema di trincee.  

Gli austriaci hanno riutilizzato i presidi che avevano costruito contro i francesi in occasione della Prima Guerra Mondiale. Quando Molveno è stata inserita nella linea del fronte tra Trento e Predazzo, il Genio militare ha dotato i fortini di postazioni per l’artiglieria e di alloggiamenti per 400 soldati di fanteria.

La cabinovia e la seggiovia

Molveno sorge a poco più di 800 m sul livello del mare, ma bastano pochi minuti per arrivare ben oltre quota mille. Dalla parte alta del paese parte un impianto di risalita che conduce nel cuore delle Dolomiti del Brenta. 

La “Panoramica” è una telecabina a otto posti che porta sullo scenografico Altopiano di Pradel a 1.367 m di altezza. Sul vasto pianoro si trova un belvedere che offre una vista straordinaria sul Lago di Molveno. Ma non solo. Nell’area sono presenti una fattoria didattica, un parco avventura sugli alberi, un sentiero per i bambini e numerosi percorsi trekking e mountain-bike.

L’altopiano di Pradel è anche il punto di partenza del secondo troncone dell’impianto di risalita, una seggiovia biposto che si arrampica fino a 1.530. La meta è la località Palon di Tovre, una terrazza naturale con una eccezionale vista sulle guglie delle Dolomiti del Brenta.

La cabinovia e la seggiovia sono aperte in estate e in inverno (giorni e orari sono disponibili sul sito ufficiale) e permettono di vivere la magia dei colori della bella stagione e l’incanto delle cime innevate.

Parco faunistico di Spormaggiore

La prima traccia documentata del Castello di Stenico risale al XII secolo, ma è probabile che il castrum (inteso come sistema di fortificazioni) abbia preso forma da una struttura preesistente. Di certo, nel XIII secolo è diventato un centro del potere del Principe Vescovo di Trento.

Il maniero è stato adibito a sede del Capitano (la massima autorità politica e locale sul territorio) ed è stato trasformato da austero fortilizio a elegante residenza nobiliare dai Principi Vescovi Enrico di Metz, Giovanni Hinderbach e Bernardo Cles. La costruzione semplice e severa è stata ampliata e rimaneggiata più volte e arricchita con interni finemente decorati e pregevoli affreschi. 

Il ciclo della vita di Gesù che decora la Cappella di San Martino è un’importante testimonianza della pittura romanica in Trentino. Ma di grande valore sono anche gli affreschi della Sala del Consiglio e della Sala dei Medaglioni. I primi risalgono al Quattrocento e raffigurano Carlo Magno, il patrono di Trento San Vigilio e il Principe Vescovo Adelpreto. Gli altri sono del secolo seguente e rappresentano Allegorie e Virtù personificate.

Il nucleo più antico del castello è rappresentato dalla Torre della Fune. L’edificio è stato eretto probabilmente dal primo signore del maniero, Bozone da Stenico, ed era utilizzato come prigione. I nemici e i criminali rinchiusi al suo interno venivano lasciati morire di stenti e per questo viene anche chiamata “Torre della fame”. 

Il Castello di Stenico si trova a mezz’ora di macchina da Molveno. La fortezza fa parte del circuito museale del Buonconsiglio e conserva dipinti, arredi, oggetti di uso quotidiano, utensili e armi bianche e da fuoco provenienti dalle collezioni del maniero di Trento. L’antico fortilizio ospita anche una esposizione archeologica di reperti dalla preistoria all’età romana.

Parco Archeo Natura di Fiavè

Il Parco Archeo Natura di Fiavè sorge a una trentina di chilometri da Molveno e offre una straordinaria testimonianza della vita nell’Età del Bronzo in Trentino. Il cuore del museo open air è la ricostruzione dell’antico villaggio palafitticolo che sorgeva nelle immediate vicinanze. 

L’abitato originale risale a 3.500 anni fa ed è testimoniato da una selva di pali che emerge dall’acqua della torbiera che ha preso il posto dell’antico lago di Carera. L’area archeologica di Fiavè è Patrimonio dell’Umanità UNESCO e fa parte di un “sito transazionale” di oltre cento luoghi in Italia dedicati alle palafitte preistoriche dell’arco alpino. 

Nella zona del villaggio sono stati recuperati numerosi reperti (molti in un sorprendente stato di conservazione) che offrono un eccezionale spaccato sulla società e le usanze dell’Età del Bronzo. I preziosi ritrovamenti comprendono manufatti, utensili, resti di alimenti e cibo e sono conservati nel Museo delle palafitte. 

Quest’ultimo si trova al di fuori del Parco Archeo Natura, nell’abitato di Fiavè, ma il biglietto di ingresso è unico. La visita all’area archeologica è arricchita da pannelli illustrativi, ricostruzioni scenografiche e laboratori ed è prevista la possibilità di usufruire di tour guidati.

Le case del Fondo Cal e l’area mercatale del Fondo Pasqualis di Aquileia offrono una eccezionale testimonianza della vita quotidiana all’epoca dell’Impero Romano.

L’area archeologica del Fondo Cal sorge lungo l’attuale via Giulia Augusta (che ricalca l’antico asse stradale principale della città) e custodisce i resti di due domus abitate e più volte rimaneggiate tra il I e il IV-V secolo d.C. 

La “domus est” presenta una grande sala absidata (protetta da una struttura moderna), al cui interno si trova un mosaico del “buon pastore”. La presenza di questa decorazione ha fatto pensare a lungo che l’edificio fosse un oratorio paleocristiano. Ma una nuova interpretazione tende a ritenere il mosaico parte della decorazione di una sala di rappresentanza di una casa patrizia. 

La “domus ovest” è formata da più ambienti articolati intorno a un peristilio interno e mosaici a tessere bianche e nere. La decorazione musiva colloca l’edificio nell’età augustea, ma la presenza di strutture sottostanti fa ritenere che la casa possa avere origine più antica.

Il Fondo Pasqualis si trova poco distante dal complesso della Basilica di Santa Maria Assunta e conserva tre aree lastricate che fungevano da piazze di mercato. L’area mercatale risale all’età tardo imperiale ed era collegata al corso del Natissa a sud e a un grande magazzino a nord. 

Nel fondo sono anche conservati i resti della doppia cinta di mura costruita intorno ad Aquileia tra il IV e il V secolo d.C. La struttura non aveva solo funzione di difesa, ma a quanto pare serviva pure all’approdo delle chiatte fluviali e al transito delle merci da e verso la città.

Domus di Tito Macro

È una delle più grandi abitazioni di epoca romana del Nord Italia e presenta una pianta pressoché completa. La domus di Tito Macro occupa una superficie di 1.700 m2 ed è una “casa ad atrio” composta da diversi ambienti, con un giardino interno e quattro botteghe (in una delle quali sono visibili i resti di un forno per la panificazione).

La dimora è stata costruita nel I secolo d.C. e abitata ininterrottamente fino al VI secolo d.C. Al suo interno sono stati trovati dei veri e propri “tesori”, come un anello in oro e pasta vitrea del II-III secolo d.C. Ma non solo. Nella domus sono state rinvenute anche molte monete, con una somma considerevole nascosta tutta insieme in una buca. Probabilmente a mettere da parte il gruzzolo è stato il proprietario della casa, nei “turbolenti” anni successivi alla conquista di Aquileia da parte di Attila.  

All’interno della dimora è stato altresì trovato un peso di pietra con una maniglia di ferro e l’iscrizione “T. Macr”. Proprio tale reperto ha portato ad attribuire la proprietà della casa (almeno per un po’) al facoltoso cittadino aquileiense Tito Macro.

La domus è stata oggetto di un lungo e avanguardistico progetto di scavo e recupero e attualmente è visibile non solo nella sua interezza, ma anche nel suo “ingombro spaziale”. Quest’ultimo è reso con una speciale copertura che ricostruisce i vari ambienti e la loro distribuzione nell’impianto abitativo.

La casa di Tito Macro presenta ricche decorazioni musive, in parte ancora visibili in loco e in parte messe in sicurezza al Museo Nazionale Archeologico. Tra i mosaici ricollocati ci sono quello (celeberrimo) del “ratto di Europa”, un pavimento con tralcio di vite con fiocco e il cosiddetto “pavimento non spazzato”. Un’altra decorazione musiva che raffigura il “buon pastore”, invece, è stata portata a Palazzo Meizlik.

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