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La Sacra di San Michele: 6 curiosità da conoscere

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Aggrappata alle rocce del Monte Pirchiriano a Sant’Ambrogio di Torino, in Val di Susa, la Sacra di an Michele è il monumento simbolo del Piemonte. E non è un modo di dire. L’abbazia che ha ispirato Umberto Eco per Il nome della rosa ha ricevuto ufficialmente il riconoscimento da parte della Regione nel 1994.

L’imponente santuario è una delle architetture religiose più importanti del territorio, oltre che uno dei principali luoghi del culto micaelico in Italia e in Europa. Ma non solo. Le sue mura sono testimoni di oltre mille anni di storia e custodiscono suggestive architetture, preziose opere d’arte e antiche leggende sospese tra sacro e profano.

Se volete saperne di più, qui trovate sei curiosità sulla Sacra di San Michele che svelano alcune degli elementi più caratteristici e affascinanti dell’abbazia.

1. Il culto di San Michele

Il culto di San Michele è nato in Oriente e si è diffuso rapidamente in Europa alla fine del V secolo. In Italia ha preso piede dopo che – come racconta la leggenda – l’arcangelo è apparso sul Monte Sant’Angelo in Puglia nel 490. Per celebrare l’evento miracoloso è stato costruito un santuario, che sotto i Longobardi è diventato un centro spirituale di grande importanza e una meta di pellegrinaggio per migliaia di fedeli.

Il popolo germanico aveva una particolare venerazione per il “princeps militiae caelestis”, nel quale rivedeva le virtù guerriere del dio Odino (che adorava prima della conversione al cristianesimo). La devozione dei Longobardi a San Michele ha avuto un ruolo chiave nella diffusione del culto dell’arcangelo in Italia e ha dato origine dell’abbazia arroccata sul Monte Pirchiriano in Val di Susa.

Più o meno nello stesso periodo, la dedizione al “braccio armato” di Dio si è affermata anche in Francia e ha portato alla fondazione del complesso gotico di Mont Saint-Michel. L’abbazia in Normandia, la Sacra di San Michele e la “Celeste Basilica” di Monte Sant’Angelo sono i principali centro del culto micaelico in Europa e la tradizione vuole che tra loro esista un collegamento non solo spirituale.

Le tre chiese sorgono in maniera pressoché equidistante al centro di una direttrice che congiunge altri quattro santuari dedicati all’arcangelo guerriero in Irlanda, Inghilterra, Grecia e Israele. La “linea michelita” ha alimentato e ancora continua ad alimentare numerose teorie soprannaturali ed esoteriche, ma la realtà più probabile è che la disposizione dei luoghi di culto sia del tutto casuale e dovuta alla loro “densità”.

2. Una storia tra sacro e profano

Prima di diventare un’abbazia, la Sacra di San Michele è stata a lungo un presidio militare. I Romani hanno stabilito sulla vetta del Monte Pirchiriano un “castrum” per controllare la via Cozia verso le Gallie e i Longobardi hanno riutilizzato l’avamposto per il loro sistema di fortificazioni a difesa della Pianura Padana. La transizione a luogo di culto è iniziata nel VI secolo, quando sullo sperone di roccia sopra a Sant’Ambrogio è stata costruita una piccola edicola votiva dedicata a San Michele.

Il santuario vero e proprio è stato eretto tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo e la tradizione attribuisce la sua fondazione all’arcangelo stesso. Il “principe delle milizie celesti” sarebbe apparso all’ex arcivescovo di Ravenna Giovanni Vincenzo – che viveva da eremita in Val di Susa – e gli avrebbe ordinato di costruire una chiesa sul Monte Pirchiriano. Alla realizzazione dell’opera ha contribuito in maniera fondamentale il conte francese Hugon di Montboissier, ma la struttura di oggi è molto diversa da quella delle origini.

Nell’XI secolo è stato edificato un ampliamento sul lato settentrionale (il “Nuovo Monastero”, andato completamente distrutto), mentre tra il XII e il XIII secolo sono stati effettuati molteplici lavori di ampliamento e rimaneggiamento della chiesa. I numerosi interventi sono all’origine della compresenza di elementi in stile romanico, romanico normanno, romanico di transizione e gotico francese.

La Sacra di San Michele è cresciuta in grandezza e influenza fino al XIV secolo, poi una serie di lotte intestine a Casa Savoia ha dato inizio al suo declino. L’abbazia ha perso la sua autonomia e nel 1622 è stata soppressa. Dopo più di seicento anni di amministrazione benedettina, il complesso è stato affidato al Collegio dei Canonici di Giaveno. Ma l’ordine è stato sciolto in epoca napoleonica e il santuario è rimasto a lungo abbandonato al suo destino. La rinascita è iniziata quando nel 1836 alla Sacra si sono stabiliti i Padri Rosminiani, che l’amministrano ancora oggi.

3. Lo Scalone dei Morti e il Portale dello Zodiaco

All’interno della Sacra di San Michele si trovano due elementi dai nomi bizzarri. Lo Scalone dei Morti e il Portale dello Zodiaco sembrano c’entrare poco con un luogo sacro, ma in realtà hanno una forte connotazione religiosa e simbolica.

Lo Scalone dei Morti è una ripida gradinata che conduce all’ingresso della chiesa nella parte superiore del complesso abbaziale. La struttura è stata scavata in parte nella roccia viva e si chiama così perché su un lato si apre una nicchia dove un tempo erano conservat gli scheletri di alcuni monaci. L’imponente scala culmina nel Portale dello Zodiaco, un ingresso monumentale con una serie di fregi che raffigurano i segni zodiacali e le costellazioni australi e boreali.

Il Portale dello Zodiaco è precedente allo Scalone dei Morti e in origine si trovava in una posizione diversa da quella attuale. L’ipotesi è che sia stato spostato durante i lavori di ampliamento e restauro della chiesa effettuati nel XII secolo, per valorizzare al meglio i raffinati decori eseguiti dal maestro piacentino Nicolao. Ma la sua nuova collocazione non sembra legata solo a ragioni di ordine estetico e architettonico.

Lo Scalone dei Morti e il Portale dello Zodiaco sono considerati un’allegoria della vita umana e del viaggio terreno che conduce alla grazia divina. La gradinata sulla quale un tempo “vigilavano” gli scheletri dei monaci sarebbe una sorta di “memento mori”, un’esortazione ad abbandonare le vanità terrene per abbracciare la dimensione spirituale. Mentre il grande arco scolpito simboleggerebbe la porta che conduce alla luce e al “regno dei cieli” (la chiesa sulla sommità del monte).

4. Il salto della bell’Alda

La Sacra di San Michele è il teatro di una celebre leggenda della tradizione popolare piemontese, che ha per protagonista una bella e virtuosa fanciulla di nome Alda. La giovane si trovava sul Monte Pirchiriano, quando è stata presa di mira da alcuni soldati di ventura. La storia ha tante versioni, ma tutte concordano sul fatto che Alda si è rifugiata nella torre che faceva parte del “Nuovo Monastero” (e che oggi porta il suo nome) per sfuggire agli uomini che le davano la caccia. 

La fanciulla si è arrampicata in cima alla costruzione e si è messa a pregare. Poi, quando ha capito di non avere scampo, ha deciso di buttarsi di sotto. Ma anziché schiantarsi sulle rocce, è arrivata al suolo sana e salva. La tradizione narra che San Michele – qualcuno dice la Madonna – abbia voluto ricompensarla per la sua fede.

La storia si è diffusa in fretta e in molti hanno iniziato a gridare al miracolo e a dire che Alda fosse una santa. Ma tanta fama ha finito per dare alla testa alla fanciulla, che a un certo punto ha deciso di ripetere il salto. C’è chi sostiene che l’abbia fatto per vanità, chi per soldi. L’unica cosa certa è che alla giovane non è andata bene e si è sfracellata ai piedi della rupe.

La leggenda ha trovato posto anche nel volume I miei ricordi di Massimo D’Azeglio e l’autore ha descritto le conseguenze della sciagurata prova con una frase che è diventata un detto popolare: “'l tòch pi gròss a l'é l'orij”. Ovvero: “Il pezzo più grosso è l’orecchio”.

5. Il nome della rosa

Quando Il nome della rosa è uscito al cinema nel 1986, la Sacra di San Michele è diventata all’improvviso molto popolare. Ma il legame che c’è tra il film e l’abbazia non è quello che credono molti. Nel complesso sul Monte Pirchiriano non è stato allestito alcun set. La pellicola basata sul capolavoro di Umberto Eco è stata girata tra gli studi di Cinecittà, Fiano Romano e l’abbazia di Eberbach in Germania.

A spiegare il perché è stato lo stesso scrittore in una lettera invita nel 1995 a padre Antonio Salvatori, per lungo tempo rettore della Sacra di San Michele:

“L’ultima volta l'avevo visitata col regista de Il nome della rosa, che inizialmente pensava di girare là le scene principali. Poi l’idea è stata abbandonata, perché ho imparato che per un produttore cinematografico è meno dispendioso ricostruire un monastero vicino a una grande città che spostare l’intera troupe per mesi sulle montagne”.

L’abbazia non è arrivata a Hollywood per questioni di budget, ma è ben presente nel libro di Umberto Eco. Lo scrittore si è ispirato al monastero in Val Susa per dare forma a quello benedettino dove si svolge la storia e la descrizione che il novizio Adso de Melk fa all’inizio del romanzo è straordinariamente evocativa:

“Come ci inerpicavamo per il sentiero scosceso che si snodava intorno al monte, vidi l’abbazia. Non mi stupirono di essa le mura che la cingevano da ogni lato, […] ma la mole di quello che poi appresi essere l’Edificio. Dal basso sembrava che la roccia si prolungasse verso il cielo […] e diventasse a un certo punto opera dei giganti”.

Nella misteriosa abbazia de Il nome della rosa ci sono tracce anche di altri grandi monumenti del patrimonio del Belpaese. La biblioteca a pianta ottagonale è ispirata all’inconfondibile profilo di Castel del Monte in Puglia, mentre lo scriptorium dove Adso e il suo mentore Guglielmo da Baskerville conoscono i copisti è un omaggio all’abbazia di San Colombano a Bobbio.

6. In cammino alla Sacra di San Michele

La Sacra di San Michele è meta di pellegrinaggio da tempo immemore e l’antica tradizione continua ancora oggi. L’abbazia di Sant’Ambrogio è una delle tappe della “Via Micaelica” o “Via Sacra Longobardorum”. Il tracciato si sviluppa lungo la linea ideale che collega i principali luoghi di culto dedicati all’arcangelo in Europa e in gran parte ricalca la Via Francigena (soprattutto nel tratto nel Sud Italia).

Il percorso della Via Micaelica è stato stabilito e riconosciuto dalla Comunità Europea e si articola in tre tranche. La prima inizia a Mont-Saint Michel e arriva alla Sacra di San Michele. La seconda parte dalla Val Susa e conduce a Roma. La terza collega l’Urbe alla Celeste Basilica di Monte Sant’Angelo.

L’antica Via Sacra Longobardorum è il tragitto più lungo che fa tappa al monastero, altri più brevi partono dai paesi vicini. I tracciati da Sant’Ambrogio, Chiusa San Michele e dalla Frazione Mortera di Avigliana hanno una lunghezza di più o meno 3 chilometri e presentano tutti una difficoltà media. Il primo è detto anche “della Via Crucis”, perché è scandito da 15 croci con le tappe del percorso di Cristo verso la crocifissione sul Golgota. Quello dalla Mortera, invece, ricalca l’antico “Sentiero dei Principi”, costruito nel 1836 per traslare da Torino alla Sacra le salme di 27 membri di Casa Savoia.

L’abbazia in cima al Monte Pirchiriano può essere raggiunta anche da Vaie, percorrendo un sentiero di circa 8 chilometri, e da Oulx. In questo caso, i chilometri da fare sono una sessantina e l’itinerario prevede tre tappe da percorrere in tre giorni. Un ulteriore percorso verso la Sacra è una via ferrata che parte della località Gir dl’ Ora a Sant’Ambrogio. La strada supera un dislivello di circa 600 metri e attraversa un panoramico (e adrenalinico) ponte tibetano lungo 80 metri.

Per gli appassionati delle due ruote, infine, esistono tre sentieri mountain bike da Avigliana, dalla Mortra e dal Rifugio Amprimo.

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