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Le biblioteche storiche d'Italia: un tesoro da scoprire

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Le biblioteche storiche sono un grande patrimonio culturale e artistico dell’Italia. Non solo custodiscono un tesoro letterario di migliaia di anni, ma spesso e volentieri sono ospitate in luoghi di straordinario valore architettonico e decorativo.

Alcune sono nate per la volontà di illuminati signori e uomini di chiesa di conservare preziose raccolte personali e di famiglia. Altre hanno preso forma per l’iniziativa di politici e mecenati che volevano creare luoghi per la condivisione e la diffusione del sapere. Tutte sono cresciute attraverso donazioni, lasciti e acquisizioni.

In Italia esistono numerose biblioteche storiche e ciascuna conserva un peculiare patrimonio di pergamene, miniature, manoscritti, incunaboli (opere stampate con i caratteri mobili), libri e documenti. Non di rado antichissimi e rarissimi. La maggior parte è aperta al pubblico, qualcuna solo per la consultazione, certe con specifiche restrizioni per “studiosi”. Altre, invece, prevedono l’opportunità di visite guidate.

Qui trovate 8 biblioteche storiche da scoprire non solo per la ricchezza delle loro collezioni, ma anche per la bellezza degli ambienti che le ospitano.

1. Biblioteca Marciana (Venezia)

Già nel 1362 Francesco Petrarca aveva avanzato la proposta di istituire una “pubblica libreria” a Venezia. Ma è dovuto passare più di un secolo perché il progetto diventasse realtà. La Biblioteca Marciana ha preso ufficialmente forma nel 1468, quando il cardinale Bessarione ha donato alla città una preziosa collezione di oltre settecento codici greci e latini. 

La “Libreria” ha trovato una collocazione definitiva quasi un secolo dopo, in un edificio costruito appositamente in Piazza San Marco da Jacopo Sansovino. Il palazzo sorge tra il Campanile di San Marco e la Zecca e presenta una sontuosa facciata in stile classico e rinascimentale. Al punto che Palladio lo ha definito “l'edificio più ricco e più ornato che si sia mai fatto dagli antichi fin qua". 

L’interno non è da meno ed è caratterizzato da ampi spazi di gusto sfarzoso. I diversi ambienti sono arricchiti da decorazioni realizzate da maestri come Tiziano, Paolo Veronese, Bartolomeo Ammannati e il Tintoretto.

La Biblioteca Marciana conserva un eccezionale patrimonio per quanto concerne la cultura greca e orientale, la storia e l’editoria veneta. Tra le sue opere più preziose ci sono i due più famosi codici dell’Iliade, l'Homerus Venetus A e l'Homerus Venetus B, un manoscritto della Naturalis historia di Plinio copiato da Giovanni Pico della Mirandola, il Breviario del cardinale Domenico Grimani e numerosi atlanti e carte geografiche (tra cui la “mappa mundi” di Fra Mauro).

2. Biblioteca Nazionale Braidense (Milano)

Più di due milioni tra libri, manoscritti, incunaboli e ogni genere di prodotto letterario (molti di enorme valore). Un’antica sede allestita in un palazzo monumentale del XVII secolo, caratterizzata da una lunga teoria di alte scaffalature in radica e noce. La più importante raccolta di opere di Alessandro Manzoni. E per un po’ anche una mummia, due sarcofagi e alcuni papiri (spostati al Museo Egizio del Castello Sforzesco nel 1910).

La Biblioteca Nazionale Braidense è stata istituita nel 1770 dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che voleva creare un luogo “ad uso comune” per chi desiderava “coltivare il proprio ingegno e acquistare nuove cognizioni”. 

Il primo nucleo della grande raccolta è stata la biblioteca del Conte Carlo Pertusati, alla quale si sono aggiunti poco dopo il fondo del Collegio Gesuita e quello del docente benemerito di anatomia, botanica e chirurgia Albrecht von Haller.

La biblioteca ha aperto al pubblico nel 1786 e ha continuato a crescere con la regola del “diritto di stampa”. Tutti i tipografo della Lombardia (e del Veneto, durante la Restaurazione) dovevano depositare nella Braidense una copia di ogni lavoro. E poi con le acquisizioni e le donazioni. 

Una delle più importanti è quella fatta nel 1885 dalla famiglia Manzoni. La biblioteca ha ricevuto tutte le carte e i libri dell’autore de I promessi sposi (molti con sue annotazioni). Attualmente il fondo manzoniano conta circa 10mila pezzi tra manoscritti, libri con postille, carteggi e volumi di critica.

La Biblioteca Nazionale Braidense a Milano è aperta al pubblico per la consultazione e offre la possibilità di conoscere di più sulla sua storia e le sue curiosità con incontri e visite guidate.

3. Biblioteca Palatina (Parma)

Il nome deriva dal fondo più cospicuo acquisito nel 1865, ma la Biblioteca Palatina di Parma è sorta nel 1761 per volontà di Filippo di Borbone. Il duca di Parma, Piacenza e Guastalla ha affidato il progetto di realizzare una raccolta di opere “a beneficio e utilità pubblica” al padre teatino torinese Paolo Maria Paciaudi. 

L’”Antiquario e Bibliotecario” si è trovato nella condizione di dover allestire ex novo una raccolta di libri, perché la Biblioteca Farnesiana di proprietà di Parma era stata spostata a Napoli da Carlo III. 

Paciaudi ha usato le sue conoscenze bibliografiche e una fitta rete di contatti in tutta Europa per costruire la nuova collezione e se n’è preso cura fino alla morte (a parte un breve periodo). Ma non solo. Il padre teatino torinese ha introdotto per primo in Italia il sistema di catalogazione per autore a schede mobili. 

L’eredità di Paciaudi è stata raccolta da Ireneo Affo, Matteo Luigi Canonici e in particolare Angelo Pezzana. Quest’ultimo ha svolto l’attività di bibliotecario per quasi sessant’anni e ha acquisito importanti collezioni, come 200 stampati bodoniani e i fondi dei monasteri soppressi.

Anche Maria Luigia d’Austria ha contribuito ad accrescere il patrimonio della Biblioteca Palatina, che oggi conta più di 800mila tra volumi e documenti. 

La consorte di Napoleone I ha acquistato preziose collezioni, tra cui una che è considerata una delle più importanti a livello mondiale di antichi manoscritti e libri a stampa ebraici (il fondo G.B. De Rossi). Maria Luigia ha altresì patrocinato la (grandiosa) decorazione di diversi ambienti e la costruzione della sala di lettura che porta il suo nome.

4. Biblioteca comunale dell’Archiginnasio (Bologna)

La Biblioteca comunale dell’Archiginnasio è la più grande dell’Emilia-Romagna e conserva migliaia di testi, manoscritti e incunaboli principalmente di genere umanistico. L’imponente raccolta comprende anche un’importante sezione dedicata alla storia e alla cultura bolognese. 

L’edificio che ospita la biblioteca è uno dei palazzi più significativi della città ed è stato eretto nel XVI secolo per volontà di Papa Pio IV. L’obiettivo del progetto era di dare forma a un luogo dove raccogliere i diversi insegnamenti universitari e a realizzarlo è stato Antonio Morandi, detto “il Terribilia”.

Il palazzo dell’Archiginnasio è caratterizzato da un grande cortile interno circondato da un porticato a doppio ordine di logge. Al piano superiore presenta numerosi ambienti, che un tempo erano le sale di studio dei “Legisti” (diritto civile e diritto canonico) e degli “Artisti” (filosofia, medicina, matematica, scienze fisiche e naturali). Le antiche stanze oggi sono chiuse perché utilizzate come deposito. Invece sono aperti e visitabili il Teatro anatomico e l’aula magna dei Legisti.

Il Teatro anatomico si chiama così per la caratteristica forma ad anfiteatro ed è stato progettato nel XVII secolo per ospitare le lezioni di anatomia. La grande aula è interamente in legno ed è arricchita da 12 statue di celebri medici e 20 di famosi anatomisti. Sono pure presenti un’allegoria dell’Anatomia e due figure dette degli “Spellati”. 

L’aula magna dei Legisti è anche chiamata Sala dello Stabat Mater perché al suo intero è stata eseguita per la prima volta l’omonima composizione di Gioachino Rossini, sotto la direzione artistica di Gaetano Donizetti. Il salone è fastosamente decorato ed è uno dei più rappresentativi dell’intero edificio.

La Biblioteca comunale dell’Archiginnasio conserva pure quello che è considerato il più grande complesso araldico murale. Oltre 6mila stemmi degli studenti e iscrizioni e monumenti decorativi dei “maestri dello studio” si susseguono lungo aule, corridoi e scaloni a testimoniano la lunga e prestigiosa storia dell’istituzione.

5. Biblioteca Malatestiana (Cesena)

È la prima biblioteca civica d’Italia e d’Europa. Ed è la prima in Italia a essere stata inserita dall’UNESCO nel Registro della Memoria del Mondo (un programma che valorizza e tutela il patrimonio documentale dell’umanità). 

La Biblioteca Malatestiana è nata da un’idea dei frati di San Francesco, che volevano crearne una per il loro studium (l’università medievale). Ma è stato il fondamentale intervento di Domenico “Novello” Malatesta a definire la sua ricchezza e importanza. Il signore di Cesena ha dato mandato all’architetto Matteo Nuti di erigere una libraria nel convento e l’ha arricchita nel corso di tutta la vita. 

Alla sua morte, la biblioteca contava 343 manoscritti. Al patrimonio di 50 codici di proprietà dei frati, Malatesta ha contribuito con 150 acquistati e realizzati su commissione, 14 codici greci, 7 ebraici e vari altri. Alla creazione della collezione ha partecipato anche il medico di Novello, Giovanni di Marco, con testi di medicina e scienza, letteratura e filosofia.

I preziosi volumi erano e sono conservati in 58 “plutei”, ovvero banchi di legno dotati di un ripiano inferiore e di catenelle che servivano a mantenere i libri nella corretta collocazione. I plutei sono divisi in due ordini nei corridoi laterali di un salone progettato in guisa di chiesa a tre navate da Nuti (su ispirazione della Biblioteca di San Marco di Firenze).

La perfetta conservazione dell’edificio, degli arredi e della dotazione libraria è ciò che rende la Malatestiana un unicum tra le biblioteche umanistiche conventuali e la ragione per cui è stata inserita nel Registro della Memoria del Mondo. 

Invece, a farne la prima biblioteca civica d’Italia e d’Europa è stata la scelta di Novello Malatesta di affidarla al Comune. Il signore di Cesena ha stabilito che, alla sua morte, fosse l’autorità cittadina a gestire e incrementare il patrimonio librario, a effettuare la manutenzione dell’edificio e a scegliere un custode-bibliotecario tra i francescani.

6. Biblioteca Medicea Laurenziana (Firenze)

Un patrimonio di oltre 11mila preziosissimi manoscritti e un progetto curato in larga parte da Michelangelo Buonarroti. Giulio de’ Medici (in seguito Papa Clemente VII) ha avviato la costruzione della Biblioteca Medicea Laurenziana per custodire la collezione libraria di famiglia e ha affidato la sua realizzazione al grande scultore, pittore e architetto.

Michelangelo ha diretto personalmente il cantiere dal 1524 al 1534, poi ha continuato a sovrintendere i lavori (malvolentieri, pare) da Roma. Lo scenografico scalone tripartito che collega il vestibolo alla sala di lettura è un suo disegno, ma è stato realizzato da Bartolomeo Ammanati (in pietra serena, mentre il progetto originale era in legno). 

La sala di lettura, invece, è quasi per intero opera di Michelangelo. Il “genio del Rinascimento” ha ideato non solo la struttura, ma anche il soffitto (intagliato in legno di tiglio da Giovanni Battista del Tasso) e i banchi per la consultazione dei libri (i “plutei”). La decorazione del grande salone è completata da una teoria di finestre con vetrate disegnate da Giorgio Vasari e un pavimento intarsiato in terracotta bianca e rossa. 

L’edificio ha subito diversi rimaneggiamenti nel corso dei secoli e uno dei più significativi è l’aggiunta della Tribuna Elci nel XIX secolo. La nuova struttura è una rotonda neoclassica con una piccola cupola ispirata all’estetica del Brunelleschi.

Lo straordinario “contenitore” fa da cornice a una collezione libraria e documentale di enorme valore. Tra i manoscritti conservati alla Biblioteca Medicea Laurenziana (molti copiati di proprio pugno da grandi umanisti come Pico della Mirandola e Marsilio Ficini) ci sono opere di Tacito, Plinio, Eschilo, Sofocle, Quintiliano e Virgilio. Inoltre sono presenti un’antica copia del Corpus Iuris di Giustiniano, tre raccolte complete dei Dialoghi platonici e il Codice Squarcialupi (unica fonte per la musica profana del XIV e XV secolo). 

La raccolta della biblioteca comprende anche diverse prime edizioni di classici greci e latini e 2.500 antichi papiri egizi. Presso la Laurenziana sono altresì conservati documenti con nuovi versi di Saffo e Callimaco.

7. Libreria Piccolomini (Siena)

Il luogo è insolito, almeno per gli standard moderni. Ma un’antica tradizione francese prevedeva che le biblioteche fossero annesse alle cattedrali. L’arcivescovo Francesco Todeschini Piccolomini si è ispirato a questa usanza (e all’apertura della Biblioteca Vaticana) per realizzare la Libreria Piccolomini intorno al 1492.

La sala si trova nella vecchia canonica nel fianco sinistro del Duomo di Siena ed è stata allestita per accogliere il prezioso patrimonio librario dello zio dell’alto prelato, Enea Silvio Piccolomini, umanista e papa con il nome di Pio II. La collezione del pontefice comprende magnifici codici miniati, ma è l’ambiente che finisce per essere assoluto protagonista.

La Libreria Piccolomini di Siena si affaccia sulla navata con un grandioso portale in marmo a due arcate scolpito dal Marrina (al secolo, Lorenzo di Mariano Fucci) ed è stata interamente affrescata dal Pinturicchio. Il famoso pittore umbro ha lavorato alla biblioteca tra il 1503 e il 1508 e ha avuto tra i suoi (tanti) aiutanti anche il giovane Raffaello.

La volta è decorata con grottesche (esseri ibridi e mostruosi), scena di vita pastorale e di baccanali, episodi mitologici e lo stemma del cardinale Francesco Todeschini Piccolomini (poi Papa Pio III). Le pareti, invece, sono dipinte con una complessa e articolata rappresentazione della vita di Enea Silvio Piccolomini. Il ciclo di affreschi si sviluppa in dieci episodi ed è basato sulla biografia scritta da Giovanni Antonio Campano e sui Commentarii di Pio II.

L’allestimento della biblioteca è completato da una copia realizzata in età romana di una statua delle Tre Grazie di epoca ellenistica e da una edicola in stucco con la “Cacciata di Adamo ed Eva” (attribuita al Marrina).

8. Biblioteca Angelica (Roma)

L’Angelica è considerata la più antica biblioteca pubblica di Roma e una delle prime in Europa. La sua fondazione (nel 1604) è legata al lascito fatto dal vescovo Angelo Rocca (da cui il nome). L’alto prelato ha affidato la sua preziosa raccolta di libri ai frati del Convento di Sant’Agostino e ha posto come vincolo che fosse accessibile a tutti (senza limiti di censo).

Rocca ha dotato la biblioteca di una sede idonea, di proprie rendite e di un regolamento e la nuova istituzione ha richiamato rapidamente un pubblico crescente (oltre a numerosi studiosi). 

L’autonomia economica ha permesso all’Angelica di acquistare importanti collezioni, come il fondo del cardinale Domenico Passionel. Ma la biblioteca ha continuato ad arricchirsi anche grazie a generosi lasciti. Tra gli altri, il custode della Biblioteca Apostolica Vaticana, Lucas Holste, ha donato all’istituzione la sua raccolta di oltre 3mila libri a stampa. 

La Biblioteca Angelica conserva numerose opere sul pensiero di Sant’Agostino e sull’Ordine agostiniano ed è considerata un punto di riferimento per gli studi nel settore. Così come per quelli che riguardano la Riforma e la Controriforma. L’istituzione fondata da Angelo Rocca aveva ottenuto una speciale autorizzazione a possedere “libri proibiti” e ha potuto conservare documenti di grande valore sull’argomento.

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