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Le colline del Prosecco: 8 luoghi da scoprire

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Basta il nome e rivelare per cosa sono famose le Colline del prosecco. Ma la zona proclamata Patrimonio dell’umanità UNESCO come “paesaggio culturale” non è solo vigneti, cantine e vini conosciuti in tutto il mondo. Nel territorio compreso nella provincia di Treviso c’è un patrimonio storico e naturalistico di enorme valore. 

Le Colline del prosecco si estendono dal comune di Vittorio Veneto a quello di Valdobbiadene e sono articolate in tre zone distinte. La Core zone è l’area centrale Patrimonio dell’umanità, la Buffer zone è una sorta di “zona cuscinetto” e la Commitment zone è la fascia più esterna con un maggiore sviluppo urbano. 

La peculiarità di queste aree è la presenza di specifiche caratteristiche geomorfologiche e rurali, meno evidenti via via che si procede dalla Core zone alla Commitment zone. Il territorio delle Colline del prosecco è definito da ripidi rilievi e strette vallate (l’“hogback”), da terrapieni con terrazzamenti inerbiti (i “ciglioni”) e da un vero e proprio “mosaico” di vigneti, campi coltivati, terreni incolti e boschi.

In mezzo a questo paesaggio si aprono laghi, sorgono borghi e si celano in maniera più o meno evidente monumenti e luoghi pieni di fascino. Qui ne trovate 8 dove merita (davvero) fare una tappa… tra una degustazione e l’altra!

1. I Laghi di Revine

I Laghi di Revine sono due: il Lago di Santa Maria e il Lago di Lago (o di San Giorgio). Il nome curioso del secondo è dovuto al fatto che lo specchio d’acqua fa parte del territorio di Revine Lago, ma non è l’unica peculiarità dell’invaso. La gente del posto racconta che custodisca una locomotiva (qualcuno dice un treno), affondata dagli italiani durante la ritirata seguita alla disfatta di Caporetto.

Un’indagine tomografica condotta nel 2018 ha evidenziato la presenza di una “massa metallica” sul fondale, ma le ricerche non sono proseguite oltre e il mistero rimane. Di certo, il Lago di Lago è un importante sito archeologico. Nel 1987, a Colmaggiore, è stato scoperto quello che viene considerato il più grande villaggio palafitticolo del Veneto Orientale.

Per preservare e valorizzare l’antico insediamento (risalente al 4500 a.C.) è stato istituito il Parco Archeologico Didattico del Livelet. L’area protetta propone numerose esperienze didattiche e al suo interno è stata realizzata una ricostruzione del villaggio. Dal parco parte anche un percorso naturalistico che costeggia le sponde dei due laghi e si inserisce nella fitta rete di sentieri che si snoda nella zona circostante.

2. Il Museo del baco da seta di Vittorio Veneto

La bachisericoltura è stata un’attività molto importante per l’economia di Vittorio Veneto. L’allevamento dei bachi da seta era compatibile con la produzione di cereali e vino e rappresentava una preziosa fonte di guadagno aggiuntiva per le famiglie. 

La filatura della seta e la riproduzione dei Bombix mori sono state effettuate in maniera domestica e artigianale fino all’Ottocento. Poi hanno aperto le filande e sono stati creati centri bacologici per produrre “seme” resistente alle malattie e di alta qualità. La bachisericoltura vittoriese ha raggiunto livelli di avanguardia, ma verso la fine del Novecento ha dovuto arrendersi alla concorrenza della seta asiatica.

Il Museo del baco da seta in località San Giacomo Veglia racconta la stagione della bachisericoltura a Vittorio Veneto attraverso un’importante raccolta di oggetti, documenti, immagini e testi. L’esposizione è allestita all’interno di una vecchia filanda ed è affiancata da numerose attività didattiche. 

3. La Pieve di San Pietro di Feletto

La Pieve di San Pietro di Feletto è stata eretta intorno all’Anno Mille (probabilmente sui resti di un tempio pagano) e custodisce un raro affresco di “Cristo della domenica”. L’opera è di epoca tardo medievale e si trova nel porticato della chiesa insieme ad altri quattro dipinti che ritraggono Sant'Antonio Abate, la Vergine con il Bambino, la Vergine con i Santi e il sacrificio di Caino e Abele.

Il “Cristo della domenica” rappresenta il Figlio di Dio coperto di sangue a causa delle ferite inferte da numerosi attrezzi da lavoro ed è un monito a rispettare il Terzo Comandamento. La cruenta raffigurazione ricorda ai fedeli che lavorare nel giorno di Dio infligge a Cristo un nuovo martirio. 

La pieve custodisce altri preziosi affreschi all’interno. I più antichi risalgono al XII e al XIII secolo e si sviluppano sulle pareti di sinistra, sull’arco e sul catino absidale. I dipinti sono di ispirazione bizantina e rappresentano la Crocifissione, la Natività, San Pietro, San Cristoforo (rimasto incompiuto) e Cristo Pantocratore. 

La ricca decorazione dell’interno (che comprende altri affreschi del XV secolo) e quella del porticato creano un suggestivo contrasto con l’architettura essenziale dell’edificio. Il corpo originale della pieve è composto da una struttura a capanna a tre navate, mentre il campanile (isolato e ispirato a quello di Aquileia) e la scalinata di ingresso risalgono al XVI e XVIII secolo.

4. Il Molinetto della Croda

Il Molinetto della Croda ha un aspetto fiabesco, ma la vita dei mugnai e delle loro famiglie non era facile. Il lavoro era duro, i guadagni miseri e le alluvioni e le piene rappresentavano una minaccia continua. Non solo per la produzione della farina, ma per la sopravvivenza stessa delle persone.

Il piccolo mulino di Refrontolo è stato costruito sulla roccia (“croda”, in dialetto locale) ai piedi di un salto d’acqua del torrente Lierza nel 1630. La struttura è stata ampliata negli anni successivi con un’abitazione per le maestranze e una stalla ed è rimasta in attività fino al 1953. Poi ha dovuto arrendersi all’industrializzazione. 

Il Molinetto della Croda è stato abbandonato, ma il Comune di Refrontolo lo ha salvato dalla rovina. La struttura è stata restaurata e la macina è stata rimessa in funzione. All’interno è stata anche ricostruita un’abitazione d’epoca, che racconta la vita dei mugnai e l’antica arte della molitura.

5. Castelbrando

Castelbrando si chiama così perché è stato il castello della nobile famiglia Brandolini per quasi cinque secoli. Ma più che un maniero, è un vero e proprio borgo. Sorto come castrum romano sulle alture di Cison di Val Marino, è diventato una fortezza nell’Anno Mille e nel Medioevo è stato dotato di una cinta muraria turrita con merlatura guelfa.

La parte centrale è stata ampliata nel Cinquecento nello stile di Jacopo Sansovino (massimo architetto della Repubblica di Venezia, di cui i Brandolini erano al servizio). Invece l’imponente corpo a ferro di cavallo è stato eretto nel Settecento ed è stato realizzato nel segno di un rigoroso classicismo.

Castelbrando è stato venduto dai Brandolini ai Salesiani nel 1959 e vent’anni dopo è passato a una società privata. Oggi ospita un albergo, una SPA, un centro congressi e un ristorante, ma è visitabile con tour guidati. All’interno si trovano diversi spazi museali (uno allestito nelle vecchie prigioni) ed è presente una collezione di carrozze originali.

6. L’Abbazia di Santa Maria 

Chi ha fondato l’Abbazia di Santa Maria a Follina? La tradizione vuole che siano stati i cistercensi a metà del XII secolo. Ma alcuni documenti attestano la presenza di una comunità benedettina prima dell’Anno Mille. Non è chiaro se i monaci legati ai centri di Chiaravalle e Citeaux siano subentrati ai predecessori o abbiano dato vita al monastero ex novo. Di certo lo hanno amministrato fino alla seconda metà del XVI secolo.

I cistercensi hanno trasformato l’abbazia in un complesso monumentale di grande influenza e importanza (anche grazie a ricche donazioni), fino a che la Repubblica di Venezia ha soppresso prima l’ordine e poi il monastero stesso. Santa Maria di Follina è andata incontro a una serie di passaggi di proprietà e traversie che l’hanno ridotta pressoché in rovina.

La rinascita del monastero è iniziata con l’arrivo dell’ordine mendicante dei Servi di Maria nel 1915. L’abbazia è stata sottoposta a un importante intervento di restauro (reso ancora più necessario dai gravi danni subiti durante la Grande Guerra) ed è tornata all’antico splendore.

La basilica in gotico cistercense e il grande chiostro dalle colonne tutte diverse sono il cuore del complesso religioso, che conserva anche preziose opere lignee e pittoriche (come l’affresco “Madonna col Bambino tra due santi e committente” di Francesco da Milano).

7. Le Torri di Credazzo

Le tre torri che spuntano sulle alture di Farra di Soligo sono ciò che resta del Castello di Credazzo (così detto per il terreno ricco di creta della zona). 

La costruzione del fortilizio viene collocata tra il IX e il X secolo ed è attribuita ai conti Collalto di Treviso. La piccola fortezza sarebbe stata eretta per fare fronte alle incursioni degli Ungari e avrebbe fatto parte di un più articolato sistema difensivo che comprendeva anche i castelli di Col San Martino e Soligo.

Tuttavia è necessario aspettare fino al 1233 per trovare traccia di Credazzo in un documento storico. A quell’epoca, il castello era il centro nevralgico di un feudo che comprendeva un piccolo borgo (Villa Credacii) e la Chiesa di San Lorenzo ed era governato dalla nobile famiglia trevigiana dei Caminesi.

La fortezza di Credazzo è tornata in possesso dei Collalto nel 1321, ma nel 1413 è stata distrutta dagli Ungari guidati da Pippo Spano e mai più ricostruita. Le torri sono state acquistate e restaurate negli anni ’70 dall’architetto Giovanni Barbin, che nel 2015 le ha vendute alla famiglia Dei Tos.

8. La Chiesa di San Vigilio

La Chiesa di San Vigilio è stata costruita tra l’XI e il XII secolo e da allora veglia sulla vallata di Quartier del Piave. L’antica “Eclesia San Bosman” (come viene chiamata in un documento del 1217) è nata come piccolo oratorio ed è stata rimaneggiata nei secoli successivi.

L’originale cappella è stata ampliata e affrescata nel Quattrocento, mentre nel Cinquecento sono state costruite la torre campanaria e l’abside. La chiesa è stata gravemente danneggiata e spogliata dei dipinti durante la Grande Guerra (nel corso della quale è stata usata come osservatorio austro-ungarico), ma è stata recuperata con un importante intervento di restauro alla fine degli anni ’70.

Le opere più antiche della Chiesa di San Vigilio sono alcuni affreschi del Quattrocento, che ritraggono la Madonna con bambino e San Nicola benedicente, San Giorgio che uccide il drago, i Santi Giacomo e Bernardino da Siena e San Floriano (o San Bovo) a cavallo.

La piccola costruzione sacra sorge sulle alture di Col San Martino e segna l’inizio del Sentiero delle vedette, una camminata panoramica che si snoda sulle Colline del prosecco fino a Soligo.

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