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Cosa vedere a Sambuca di Sicilia e dintorni

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Sambuca di Sicilia è salita alla ribalta delle cronache nel 2019, quando ha aderito all’iniziativa “Case a 1 euro”. Il progetto ha come obiettivo di “rianimare piccoli centri abbandonati” e coinvolge diversi paesi e paesini in tutta Italia, ma il borgo in provincia di Agrigento ha riscosso un successo straordinario. 

La CNN ha parlato dell’iniziativa e a Sambuca sono arrivati (anche) diversi stranieri, compresa l’attrice Lorraine Bracco. Così, nel 2021, il comune ha messo in vendita un altro lotto di immobili (questa volta alla cifra simbolica di 2 euro). Il progetto ha funzionato e il piccolo centro ha ripreso vita. Ma la rinascita era già iniziata nel 2016 con la proclamazione a “Borgo più bello d’Italia”.

Sambuca “la splendida”

Il riconoscimento si è rivelato un eccezionale volano per il turismo, ma la bellezza di Sambuca è sempre stata sotto gli occhi di tutti. Del resto, un significato che viene attribuito al suo nome è “la splendida”. 

La tradizione vuole che Sambuca sia stata fondata dagli Arabi nell’827 d.C. Per l’esattezza, da un giovane emiro di nome Al-Zabut. Il quale, però, non si sarebbe sempre chiamato così. L’emiro era uno dei guerrieri al seguito del conquistatore Ibn Mankud e per il suo valore avrebbe guadagnato l’appellativo di “Al-Chabut”, che vuol dire “Lo Splendido”. Dalla parola avrebbe preso forma “Al-Zabut” e il giovane principe avrebbe deciso di dare il proprio nome al castello che ha costituito il primo nucleo di Sambuca.

L’attendibilità di questa ricostruzione storica è incerta, ma l’etimologia del toponimo troverebbe conferma nell’atto con il quale Guglielmo II ha donato alla Chiesa di Monreale il feudo di Sambuca. L’insediamento è indicato come “Chabuta seu Zabut", che significa la "Splendida ovvero Zabut”.

D’altra parte, c’è chi ritiene che il toponimo Sambuca abbia tutt’altra origine. Alcuni lo fanno risalire alla pianta del sambuco, che cresce in grande quantità nella zona. Altri lo collegano a uno strumento musicale simile a un’arpa (la “sambýkē”), che avrebbe la stessa forma del centro storico del borgo.

I vicoli saraceni, le “purrere” e i fantasmi

Se l’etimologia di Sambuca rimane in discussione, non ci sono dubbi sui legami tra il piccolo centro e il mondo musulmano. Il borgo nella Valle del Belice è stato fondato all’epoca della conquista araba della Sicilia e la testimonianza più peculiare della matrice islamica sono i sette “vicoli saraceni” o “li setti vaneddi”. 

Il quartiere arabo si trova nella parte alta di Sambuca e presenta una superficie triangolare attraversata da un impianto viario irregolare. La piccola “casba” è caratterizzata da case addossate le une alle altre, tra le quali corrono vicoli coperti o ritmati da archi e si aprono cortili di varia forma e dimensione.

Ma il labirinto non è solo in superficie. Sotto il quartiere arabo di Sambuca si snoda una rete di gallerie, tunnel e cavità più o meno grandi. Si tratta delle “purrere”, cave dalle quali veniva estratto il tufo che era usato per costruire le case. Quando le abitazioni erano completate, le purrere diventavano discariche per i rifiuti e letamai.

Le cave sono state scavate in epoca medievale e all’epoca di Federico II sono state usate per rinchiudere i saraceni che si ribellavano al nuovo ordine imperiale. Nelle purrere sono morte centinaia di prigionieri e nei secoli seguenti si è diffusa la leggenda che i loro spiriti infestassero “li setti vaneddi”. E così, dopo numerosi (presunti) avvistamenti, la strada principale del quartiere arabo è stata chiamata “Via Fantasma”.

Il castello che non c’è più

Il quartiere arabo si è sviluppato intorno all’antico castello di Al-Zabut, ma della fortezza non è rimasto praticamente nulla. Il maniero ha seguito le alterne vicende di Sambuca e nel 1837 è stato demolito nel quadro di un progetto per il riassetto e lo sviluppo urbanistico del borgo. 

La memoria del castello permane nel “Belvedere” che si apre dove un tempo c’era l’acropoli fortificata. Il grande terrazzo è stato costruito per celebrare la Crocefissione del Venerdì Santo e per questo era chiamato “Calvario”. Ma dopo la Prima Guerra Mondiale ha perso la sua funzione originale ed è diventato un punto panoramico.

Le celebrazioni della Crocefissione sono state spostate nella Chiesa Madre o Chiesa Matrice, che a sua volta conserva una testimonianza del castello di Al-Zabut. Il nucleo più antico è stato edificato nel XV secolo su una parte degli spazi della fortezza e il campanile è stato ricavato da una delle torri di difesa. La Chiesa Madre è stata in gran parte rifatta nel XVII secolo e nel 1968 ha subito gravi danni nel terremoto del Belice.

Il forte sommerso 

Per un castello che è andato perduto, un altro è stato ritrovato. Il fortino di Mazzallakkar (tra Sambuca e Sciacca) è stato sommerso dall’acqua dopo la costruzione della diga del Carboj negli anni ’50. Da allora, della costruzione si vedono solo le torri angolari nei mesi estivi. Ma in seguito al progressivo abbassamento del livello del Lago Arancio, sono riemerse anche le mura fortificate.

La storia del fortino è misteriosa. Per alcuni sarebbe stato costruito dagli arabi per proteggere l’antica Al-Zabut e fare da “stazione di posta” per le carovane che percorrevano il territorio. Altri ritengono che sia stato eretto dopo la dominazione musulmana, forse su una costruzione preesistente. E c’è anche chi pensa che sia una masseria fortificata del Cinquecento.

Di certo, l’avamposto di Mazzallakkar è arrivato fino alla metà del secolo scorso in buono stato di conservazione. La costruzione ha perso la sua funzione originale e ha finito con il diventare un ricovero per le bestie e gli attrezzi, ma è rimasta intatta. Il degrado è (inevitabilmente) iniziato dopo che il forte è stato sommerso dall’acqua del Lago Arancio.

Oggi la volontà è di recuperare, proteggere e valorizzare il sito e già nel 2021 sono state organizzate alcune visite guidate per (ri)scoprire il fortino di Mazzallakkar. 

Il sito archeologico di Monte Adranone

Sambuca è stata fondata durante la conquista araba della Sicilia, ma la zona era abitata già da molto tempo. Le testimonianze non mancano e una delle più importanti è rappresentata dai resti dell’insediamento di Monte Adranone. Il sito sorge a pochi chilometri dal borgo agrigentino ed è stato identificato con la città di Adranon di cui scrive Diodoro Siculo in relazione alla prima guerra punica.

Il nucleo più antico è sorto per opera dei Selinuntini nel VI secolo a.C. A questo periodo risalgono l’impianto delle mura, l’organizzazione urbanistica della città (che si sviluppava su terrazzamenti digradanti) e diverse sepolture della vicina necropoli. Dopo la sconfitta di Selinunte a opera di Cartagine, Adranon è passata sotto l’influenza della potente colonia punica e ha vissuto un profondo rinnovamento.

Il centro è stato ricostruito, le fortificazioni sono state restaurate e ampliate con un anello a difesa della necropoli e sono stati eretti nuovi santuari. Inoltre è stato edificato un grande complesso destinato a ospitare laboratori e attività artigianali e agricole (la cosiddetta “fattoria”). Il dominio cartaginese ha avuto fine con la vittoria di Roma nella battaglia delle Egadi nel 241 a.C. e la storia di Adranon si è interrotta bruscamente. 

L’insediamento di Monte Adranone era già noto alla fine dell’Ottocento, ma l’esplorazione sistematica dell’area è iniziata negli anni ’60 del Novecento. Gli scavi hanno restituito una grande quantità di reperti, molti dei quali sono custoditi presso il Museo archeologico di Palazzo Panitteri a Sambuca. Altri si trovano al Museo archeologico regionale di Agrigento e al Museo archeologico regionale Antonio Salinas di Palermo.

Il Cretto di Gibellina 

Sempre nei dintorni di Sambuca, anche se un po’ più lontano (a una quarantina di chilometri), si trova una delle opere di “land art” più imponenti d’Europa. Il Cretto di Burri o “Grande Cretto” è un memoriale fisico e metaforico della città di Gibellina, rasa al suolo dal terremoto del Belice. 

Dopo il devastante sisma del 15 dicembre 1968, molti artisti hanno partecipato alla ricostruzione del centro abitato in un nuovo sito. Alberto Burri, invece, ha deciso di intervenire laddove sorgeva la vecchia città:

Ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così. Compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest'avvenimento”.

Il “cretto” è un insieme di crepe e spaccature ed è un elemento peculiare dell’opera dell’artista umbro. Quello di Gibellina ha dimensioni monumentali (circa 85mila metri quadrati) e forma un labirinto di cemento bianco che ingloba e ricalca gli edifici e le vie della città distrutta dal terremoto. Burri ha iniziato a costruire il “Grande Cretto” nel 1985, ma non l’ha visto compiuto. I lavori si sono fermati nel 1989 (soprattutto per difficoltà economiche) e sono stati portati a termine 30 anni dopo. 

Un dolce “impudico”

Tra il centro storico e i dintorni, Sambuca offre uno straordinario patrimonio storico, architettonico e artistico. Ma non solo. Il “Borgo più bello d’Italia” del 2016 vanta anche una tradizione enogastronomica di tutto rispetto. Il piatto (più) tipico del piccolo centro vicino ad Agrigento è un dolce, la “minna di vergini” o “seno di vergine”.

La tradizione vuole che a inventarlo sia stata suor Virginia Casale di Rocca Menna del Collegio di Maria di Sambuca. La religiosa lo avrebbe preparato per la prima volta nel 1725 per il matrimonio tra il marchese don Pietro Beccadelli con donna Marianna Gravina. Ma a dispetto del nome e della forma, l’ispirazione di suor Virginia sarebbe stata tutt’altra, ovvero i profili ondulati delle colline che vedeva dalle sue finestre.

Qualunque sia la verità, la “minna di vergini” è un dolce di pastafrolla ricoperto di glassa, con un ripieno di crema di latte, zucca candita (la “zuccata”) e scaglie di cioccolato aromatizzato alla cannella. La sua golosa ricetta lo ha reso famoso ben oltre i confini di Sambuca e anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa cita le “impudiche paste di vergine” in Il Gattopardo.

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