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Sulle orme di Dante: 10 luoghi simbolo legati al Sommo Poeta

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Dante Alighieri è considerato il padre della lingua italiana e La Divina Commedia è un‘opera famosa in tutto il mondo. Ma il “Sommo Poeta” era anche un esule, che ha peregrinato a lungo per l’Italia.

Lo scrittore ha vissuto a Firenze fino a 36 anni, poi è stato costretto a lasciare la città e non vi ha più fatto ritorno. Neppure da morto. Dante ha trascorso l’ultimo periodo della sua vita a Ravenna, dove è sepolto, ma ha soggiornato per molto tempo anche a Verona.

Il Sommo Poeta ha impresso il suo ricordo in ogni città in cui ha vissuto e ha finito per lasciare un segno pure su quelle che ha solo “sfiorato”.

Qui trovate 9 luoghi simbolo della vita e dell’opera di Dante tra Firenze, Verona e Ravenna, più un “bonus” rappresentato dalla Rocca di Gradara, il castello che nella leggenda fa da sfondo alla storia degli sfortunati amanti Paolo e Francesca. 

1. Battistero di San Giovanni (Firenze)

Il Battistero di San Giovanni in Piazza del Duomo a Firenze ha un forte legame con Dante. Il Sommo Poeta è stato battezzato al fonte in stile romanico fiorentino il 27 marzo 1266 con il nome di Durante e lo cita più volte in La Divina Commedia

Nel Canto XIX dell’Inferno, Dante chiama il battistero “il mio bel San Giovanni” e ricorda un curioso aneddoto che lo ha visto protagonista. Quando era priore di Firenze, lo scrittore ha salvato un bambino che stava affogando in uno dei bacili intorno alla grande vasca centrale e ha spaccato un pezzo di marmo del fonte:

Non mi parean né ampi né maggiori

Che que’ che son nel mio bel San Giovanni

Fatti per luogo de’ battezzatori:

l’un de li quali, ancor non è molt’anni

rupp’io per un che dentro v’annegava;

e questo sia suggel ch’ogn’uomo sgami.

Dante torna a parlare del battistero nel Canto XXV del Paradiso. Esiliato da Firenze, non solo sperava di potervi fare ritorno, ma anche di ricevere l’investitura a poeta al fonte della città grazie a La Divina Commedia:

Se mai continga che ’l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

del mio battesmo prenderò ’l cappello.

Inoltre, lo scrittore si sarebbe ispirato ai mosaici dell’Inferno realizzati da Coppo di Marcovaldo sopra l’altare del fonte per la sua visione delle cerchie dei dannati in La Divina Commedia.

2. Cattedrale di Santa Maria del Fiore (Firenze)

All’epoca di Dante, la Cattedrale di Santa Maria del Fiore non esisteva. La costruzione del Duomo sopra le fondamenta della Chiesa di Santa Reparata è iniziata nel 1296 e la leggenda narra che il Sommo Poeta amasse contemplare le maestranze al lavoro.

La cattedrale è stata terminata nel 1436, molti anni dopo la morte dello scrittore, avvenuta nel 1321. Tuttavia, ha uno stretto legame con Dante per via di un affresco che è diventato un’immagine iconica del Sommo Poeta, La Divina Commedia illumina Firenze

Il dipinto è stato voluto dall’Opera del Duomo per celebrare il bicentenario della nascita di Dante nel 1465 ed è stato realizzato da Domenico di Michelino a partire da un disegno di Alesso Baldovinetti.

L’opera rappresenta lo scrittore con una corona di alloro che gli cinge la testa e La Divina Commedia aperta sui versi iniziali nella mano sinistra, mentre alle sue spalle si stagliano l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso e Firenze.

L’affresco ha sostituito uno andato perduto realizzato da un pittore di nome Mariotto ed è diventato un simbolo dell’iconografia dantesca. Il dipinto appare in tutti i testi di La Divina Commedia ed è citato anche da Dan Brown in Inferno.

3. Il “Sasso di Dante” (Firenze)

Vicino a Piazza del Duomo c’è Piazza delle Pallottole, che deve il suo nome a un antico gioco simile alle bocce ed è il luogo di un curioso omaggio all’autore di La Divina Commedia. Davanti a una casa quasi all’angolo con Via dello Studio è posizionato un masso con una targa che recita: “Vero sasso di Dante”.

Prima dell’esilio, il Sommo Poeta era solito stare seduto per lunghe ore su una pietra a contemplare i lavori della Cattedrale di Santa Maria del Fiore e la sua abitudine ha fatto nascere una leggenda che per i fiorentini è diventata “storica”.

Un giorno, mentre lo scrittore era assorto nei suoi pensieri, un passante gli ha chiesto: "Oh Dante, qual è il cibo che più ti piace?". Senza scomporsi, l’autore di La Divina Commedia ha risposto: "L'ovo". Molto tempo dopo, un anno o forse più, lo stesso passante ha ritrovato Dante seduto sulla pietra e ha pensato di coglierlo in fallo dando seguito alla vecchia domanda: “Con che cosa?". Ma lo scrittore non ha esitato e ha risposto: “Col sale".

4. Chiesa di Santa Margherita dei Cerchi (Firenze)

La Chiesa di Santa Margherita dei Cerchi è anche conosciuta come la “chiesa di Dante”, perché secondo la tradizione è dove l’autore di La Divina Commedia avrebbe sposato Gemma Donati e dove avrebbe incontrato Beatrice “Bice” Portinari e se ne sarebbe innamorato. 

In realtà, non esistono prove certe per nessuno dei due episodi. Probabilmente, la storia è nata perché la famiglia Alighieri e la famiglia Portinari abitavano vicino alla piccola chiesa in stile romanico e perché al suo interno si trova la tomba di famiglia dei Portinari. Una lapide (recente) indica che anche Beatrice è sepolta a Santa Margherita, ma è quasi certamente un falso.

Quando è morta (ad appena 24 anni, forse durante il parto del suo unico figlio), la musa di Dante e la sua guida in Paradiso era la moglie di Simone “Mone” de’ Bardi ed è probabile che sia stata sepolta nella tomba di famiglia del marito, nella Basilica di Santa Croce. 

C’è anche un’altra ipotesi secondo cui Beatrice potrebbe essere sepolta nella chiesa di Santa Lucia dei Magnoli, poi detta Santa Lucia dei Bardi. La teoria è stata formulata dall’accademico, critico letterario e tra i massimi esperti di Dante Marco Santagata, per il collegamento che c’è tra la donna, la santa e il poeta in La Divina Commedia.

Nel Canto II dell’Inferno, Beatrice racconta a Virgilio che la Vergine Maria ha chiesto a Lucia di aiutare Dante a superare le tre fiere nella “selva oscura”. In seguito, nel Canto IX del Purgatorio, la santa trasporta il Sommo Poeta fino alle porte del Paradiso. Infine, nel Canto XXXII del Paradiso, San Bernardo spiega allo scrittore che è stata Lucia a inviare Beatrice in suo soccorso.

5. Le Arche Scaligere (Verona)

Le Arche degli Scaligeri vicino a Piazza dei Signori sono un complesso funerario in stile gotico che contiene le tombe di alcuni dei più illustri rappresentanti della casata che ha governato la città veneta per 125 anni (dal 1262 al 1387).

Dopo essere stato condannato all’esilio in contumacia e al rogo se fosse stato catturato, Dante ha iniziato un lungo peregrinaggio per l’Italia e tra il 1303 e il 1304 ha soggiornato a Verona godendo dell’ospitalità e della protezione di Bartolomeo della Scala. 

In seguito alla morte del potente signore, il Sommo Poeta ha dovuto lasciare la città, perché non era in buoni rapporti con il suo successore, il fratello Alboino. Tuttavia, ha fatto ritorno a Verona nel 1312, quando è salito al potere un altro fratello di Bartolomeo, Cangrande della Scala. 

Il più famoso e potente condottiero degli Scaligeri era uno dei capi dei ghibellini in Italia, oltre che amico dello scrittore, e ha dato ospitalità e protezione non solo a Dante, ma anche ai suoi figli. Il Sommo Poeta ha soggiornato a Verona fino al 1318 e ha ricambiato la generosità di Bartolomeo e Cangrande dedicando loro un panegirico per bocca del suo trisavolo Cacciaguida degli Elisei nel Canto XXVII del Paradiso:

Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello

sarà la cortesia del gran Lombardo

che 'n su la scala porta il santo uccello;

ch'in te avrà sì benigno riguardo,

che del fare e del chieder, tra voi due,

fia primo quel che tra l'altri è più tardo

[...]

Le sue magnificenze conosciute

saranno ancora, sì che' suoi nemici

non ne potran tener le lingue mute.

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;

per lui fia trasmutata molta gente,

cambiando condizion ricchi e mendici.

6. La Statua di Dante (Verona)

Verona ha dedicato al Sommo Poeta una statua in Piazza dei Signori, che per questa ragione è chiamata anche “Piazza Dante”. Il monumento rappresenta lo scrittore con uno sguardo severo, mentre tiene in mano La Divina Commedia ed è avvolto nel “lucco”, la lunga veste che indossavano gli uomini a Firenze nel XIV secolo.

La città ha deciso di erigere una statua di Dante nel 1863 per celebrare il 600esimo anniversario della nascita dello scrittore e per realizzare il monumento ha indetto un concorso patrocinato dall’Accademia di Agricoltura Commercio ed Arti con la Società di Belle Arti. Il preventivo di spesa del bando era di 6mila fiorini.

Ad avere la meglio è stato il giovane scultore veronese Ugo Zannoni, che ha proposto un progetto per una statua alta 3 m e collocata su un piedistallo.

Il monumento presenta delle somiglianze con la celebre statua di Dante scolpita da Enrico Piazzi che si erge in Piazza Santa Croce a Firenze e che ritrae il Sommo Poeta con un’espressione piena di sdegno per l’Italia sottomessa alla dominazione straniera.

Il monumento di Ugo Zannoni è stato collocato in Piazza dei Signori il 14 maggio 1865, in un aperto gesto di sfida nei confronti della censura austriaca.

7. La Chiesa di Sant’Elena e la Biblioteca Capitolare (Verona)

Secondo la tradizione, la Chiesa di Sant’Elena a Verona è il luogo dove Dante ha tenuto la Quaestio de aqua et terra (Questione sull'acqua e sulla terra). L’opera in lingua latina è una dissertazione di cosmologia sulla disposizione dei quattro elementi fondamentali (acqua, terra, aria e fuoco), che in base alla credenza dell’epoca sarebbero stati organizzati in quattro sfere concentriche con la Terra al centro. 

L’evento è testimoniato da una epigrafe sulla facciata della chiesa in stile romanico e rinascimentale di proprietà del Capitolo dei Canonici, ma esistono diverse controversie sulla paternità della Quaestio e sulla presenza di Dante a Verona nel 1320 (il poeta aveva lasciato la città nel 1318 e viveva a Ravenna).

Allo stesso modo, rimane incerta la frequentazione da parte dello scrittore della Biblioteca Capitolare, annessa alla chiesa e anch’essa di proprietà del Capitolo dei Canonici.

Secondo la vulgata popolare, il Sommo Poeta avrebbe consultato i volumi e i documenti in essa conservati mentre lavorava a La Divina Commedia, ma non esistono prove certe. D’altra parte, è probabile che Dante abbia utilizzato la Biblioteca Capitolare per i suoi studi e le sue ricerche negli anni trascorsi a Verona, dal momento che è la più antica al mondo e vanta una collezione di manoscritti rari e di grande pregio.

8. La Basilica di San Francesco (Ravenna)

Dante ha vissuto a Ravenna alla corte di Guido Novello da Polenta dal 1318 fino alla morte, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Il Sommo Poeta si è spento a causa della malaria, che aveva contratto nelle Valli di Comacchio mentre rientrava da una missione diplomatica a Venezia per conto del podestà della città romagnola. 

Molti luoghi di Ravenna sono legati al soggiorno dello scrittore in città e tra questi vi è la Basilica di San Francesco. Dante e la sua famiglia frequentavano abitualmente la chiesa e nell’edificio costruito nel IX secolo e più volte rimaneggiato sono state celebrate le esequie dello scrittore. Prima di morire, lo stesso poeta aveva chiesto di essere sepolto nel cimitero dell’adiacente monastero dei francescani.

I frati hanno dovuto lasciare il convento nel 1810 a causa della soppressione degli ordini religiosi decisa da Napoleone e hanno potuto fare ritorno solo nel 1949. Attualmente risiedono in un nuovo edificio, perché l’antico monastero e i chiostri sono di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e ospitano il Centro Dantesco dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. 

L’istituzione si occupa principalmente della “raccolta, tutela e valorizzazione” di ogni genere di materiale bibliografico e documentario inerente il Sommo Poeta, ma svolge anche un’intensa attività di ricerca e divulgazione. Il fiore all’occhiello del Centro Dantesco è una biblioteca specialistica che conserva 14mila tra volumi e opuscoli e più di 2.500 documenti di altro genere sullo scrittore, il suo pensiero, le sue opere e la sua eredità.

9. Tomba di Dante (Ravenna)

Dante è sepolto a Ravenna all’interno del tempietto neoclassico progettato dall'architetto Camillo Morigia su incarico di Luigi Valenti Gonzaga. Ma prima di trovare (definitivamente) pace all’interno del mausoleo edificato tra il 1780 e il 1782, i resti del Sommo Poeta sono passati attraverso una serie di vicende assai travagliate.

Subito dopo la solenne funzione funebre celebrata nella Basilica di San Francesco nel 1321, il corpo dello scrittore è stato deposto in un’urna di marmo nel cimitero dell’attiguo convento. La sistemazione è durata fino al 1483, quando il Sommo Poeta è stato traslato in un sepolcro realizzato dall’architetto Pietro Lombardi su commissione del podestà Bernardo Bembo.

La ricollocazione è avvenuta nel mezzo di una (accesa) diatriba tra Firenze e Ravenna per il possesso delle spoglie di Dante. La prima reclamava i resti del suo illustre concittadino (riscoperto grazie a Boccaccio), ma la seconda non voleva concederglieli per il trattamento che i fiorentini avevano riservato al poeta in vita.

L’avvento di Papa Leone X, originario di Firenze, ha cambiato le carte in tavola. Il Pontefice ha accolto la richiesta dei suoi concittadini e nel 1519 ha accordato loro il permesso di prelevare le spoglie di Dante e riportarle a casa.

Ma quando la tomba è stata aperta, l’urna con i resti dello scrittore era vuota. Il corpo del Sommo Poeta era stato sottratto dai frati francescani, che si sono rifiutati di restituirlo. Dante è rimasto a Ravenna e nel 1781 è stato sistemato nel mausoleo di Camillo Morigia. Ma non per molto.

Quando il convento della Basilica di San Francesco è stato chiuso nel 1810 per effetto della legge napoleonica che sopprimeva gli ordini religiosi, i frati hanno di nuovo nascosto le spoglie dello scrittore in una nicchia murata nell'attiguo oratorio del chiostro di Braccioforte.

I resti del Sommo Poeta sono stati ritrovati da un muratore nel 1865 durante dei lavori di restauro e sono stati messi in salvo da un giovane studente, Anastasio Matteucci, che ha tradotto l’incisione in latino sulla cassetta che li conteneva.

L’urna di Dante è stata spostata ancora una volta durante la Seconda Guerra Mondiale, per evitare che fosse distrutta durante i bombardamenti. Dal 23 marzo 1944 al 19 dicembre 1945 è stata nascosta in un appezzamento di terra a poca distanza dal mausoleo, che oggi è segnalato da una lapide commemorativa.

Bonus. Il Castello di Gradara (provincia di Pesaro Urbino)

Secondo la tradizione, il Castello di Gradara in provincia di Pesaro Urbino è il luogo dove si è consumata la tragica storia d’amore di Paolo e Francesca, due dei personaggi più famosi di La Divina Commedia (se non i più famosi in assoluto). 

La rocca è stata costruita nel 1150 dalla potente famiglia dei De Griffo, che poi è caduta in disgrazia facendo la fortuna dei Malatesta. I signori di Rimini, Cesena e Pesaro hanno governato la fortezza fino al 1463 e tra il 1275 e il 1284 due fratelli della casata, Paolo e Giovanni, sono stati protagonisti del triangolo amoroso con Francesca da Polenta che è stato reso immortale nel Canto V dell’Inferno:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense

In realtà, esistono poche evidenze storiche sulla vicenda di Paolo e Francesca. È certo che i due sono realmente esistiti e sono stati assassinati (anche se forse non alla Rocca di Gradara), ma gran parte della storia appartiene alla leggenda.

Nella versione dei fatti che è entrata a fare parte della cultura popolare, la giovanissima Francesca ha accettato di sposare Giovanni Malatesta, detto “Gianciotto” (lo zoppo), perché le era stato fatto credere che l’uomo fosse il fratello Paolo, detto “il bello”. 

Francesca ha capito l’inganno quando era ormai troppo tardi e si è rassegnata alla vita al Castello di Gradara con Gianciotto, dal quale ha avuto una figlia, Concordia. Tuttavia, la sua strada era destinata a incrociare di nuovo quella di Paolo. Il giovane Malatesta ha iniziato a frequentare la rocca (forse perché aveva dei possedimenti in zona, forse perché provava rimorso per Francesca) e i due hanno finito per innamorarsi e intrecciare una relazione clandestina.

Ma la felicità è durata poco. Un altro fratello, Malatestino dell’Occhio (così chiamato perché aveva un solo occhio), ha scoperto la tresca e ha avvisato Gianciotto, che ha sorpreso Paolo e Francesca e li ha uccisi.

Dante ha messo i due amanti all’Inferno, nel cerchio dei lussuriosi, perché hanno ceduto alla passione e sono venuti meno al vincolo dl matrimonio, ma nella cantica di La Divina Commedia è evidente la pietà del Sommo Poeta per la coppia e il suo tragico destino.

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