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Una gita a lama dei peligni, il paese dei camosci

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Disteso tra la valle del fiume Aventino e le propaggini meridionali della Majella, Lama dei Peligni è conosciuto come “il paese dei camosci”. L’appellativo deriva dal fatto che il borgo è stato il cuore pulsante del progetto per la reintroduzione del Rupicapra pyrenaica ornata – una specie tipica dell’Appennino – nella zona del massiccio.

L’operazione di ripopolamento si è svolta con successo all’inizio degli anni ’90 e di quell’attività rimane traccia nell’Area Faunistica del Camoscio Appenninico. L’oasi – istituita nello stesso periodo – si trova poco fuori dall’abitato e ancora oggi è un centro scientifico e divulgativo di primaria importanza.

Il Museo naturalistico archeologico Maurizio Locati e il Giardino botanico Michele Tenore sono altre due istituzioni che portano avanti una rilevante attività di ricerca e didattica. Ma Lama dei Peligni ha anche un’antica e suggestiva tradizione di misticismo e leggende, come rivelano la Sacra Effigie del Bambino custodita nella chiesa parrocchiale e l’eremo di Sant’Angelo.

Il piccolo borgo appenninico è altresì famoso per le Grotte del Cavallone, tra le più alte visitabili in Europa e fonte d’ispirazione nientemeno che per Gabriele D’Annunzio. Il suo dolce tipico, inoltre, vanta una stretta “parentela” con le celebri sfogliatelle napoletane.

Lama dei Peligni è una località dalle tante sfaccettature: se progettate di visitarla nella vostra prossima vacanza, qui trovate sette cose da sapere per non perdere nessuna delle sue ricchezze!

La chiesa dell’effigie miracolosa

La Chiesa dei Santi Nicola e Clemente è stata eretta alla fine del XV secolo per sostituire la parrocchiale di Lama Vecchia, troppo piccola per la popolazione e danneggiata da vari smottamenti. L’edificio – più volte rimaneggiato, in particolare dopo il terremoto del 1706 – è uno dei pochi a pianta basilicale costruiti in Abruzzo durante il Rinascimento, ma la sua principale peculiarità è un’altra.

All’interno della chiesa è custodita una scultura di Gesù ritenuta miracolosa. L’effigie è una “testina” in cera del Bambinello, fatta realizzare a Gerusalemme dal frate laico Pietro Silvestri. Secondo la tradizione, però, sarebbe stata modellata per mano divina. L’immagine sacra è stata venerata fin dal momento del suo arrivo a Lama – accompagnato da eventi straordinari – e ben presto ha iniziato a compiere prodigi. O almeno così racconta la vulgata popolare.

La testina si sarebbe “rifiutata” di lasciare Lama all’arrivo delle truppe napoleoniche (nessuna cassa era adatta a contenerla, nonostante fossero state prese le misure) e avrebbe difeso il paese dai francesi. In seguito avrebbe protetto Lama da un’epidemia di colera e dalla spagnola, facendo registrare molti meno morti dei paesi vicini. Inoltre avrebbe guarito numerose persone e “salvato” bambini caduti nei pozzi.

L’effigie, oggi, è conservata in un’urna d’argento tempestata di cristalli e in suo onore, nel 2015, la parrocchiale dei Santi Nicola e Clemente è diventata la Chiesa di Gesù Bambino.

Il paese dei camosci

All’inizio del Novecento, il camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata) era scomparso dalla Majella ed era a rischio di completa estinzione. A scongiurare il peggio è stata un’operazione di ripopolamento condotta tra il 1991 e il 1992, che a partire da 30 esemplari provenienti dal Parco Nazionale d’Abruzzo ha portato a una popolazione che oscilla intorno al migliaio.

Il principale artefice dell’iniziativa è stato lo zoologo milanese Maurizio Locati. Lama dei Peligni, invece, è stata scelta per le caratteristiche morfologiche e naturalistiche particolarmente idonee al Rupicapra pyrenaica ornata: boschi e radure intervallati da pareti di roccia scoscese.

L’Area Faunistica del Camoscio Appenninico – istituita nel 1990 – ha permesso di ricostituire la comunità del Parco della Majella e oggi è un importante centro per lo studio e la conservazione del Rupicapra pyrenaica ornata, oltre che per la divulgazione e la didattica.

Il Museo naturalistico archeologico Maurizio Locati

Maurizio Locati è stato il principale promotore del progetto che ha riportato il camoscio appenninico sulla Majella e a lui è dedicato il piccolo ma ricchissimo Museo naturalistico archeologico di Lama dei Peligni. L’esposizione si articola in due sale e propone un percorso di visita scandito da reperti di vario tipo, pannelli, diorami e supporti multimediali.

Il Rupicapra pyrenaica ornata è il protagonista della sezione naturalistica. L’allestimento illustra le caratteristiche fisiche e comportamentali dell’ungulato ed esplora l’ambiente che gli fa da habitat. Nella sezione archeologica, invece, sono raccontate la storia e le tradizioni del territorio di Lama dei Peligni e dei dintorni.

Quest’ultima mostra è dedicata al bibliotecario lamese Francesco Verlengia ed è “un viaggio a ritroso nel tempo” – dal Medioevo alla Preistoria – sulle tracce della presenza umana alla Majella. L’allestimento comprende vari reperti archeologici rinvenuti nella zona, tra cui utensili in pietra, oggetti di corredi funebri in ferro e bronzo, vasi, monete e lapidi funerarie romane di età imperiale.

Il pezzo più suggestivo, però, è il calco di un teschio risalente a circa 6mila anni fa. Il cranio originale è stato trovato nel 1914 in località Fonterossi – nei pressi dello scavo del Villaggio Neolitico – e appartiene al cosiddetto “Uomo della Majella”.


Il Giardino botanico Michele Tenore

Fondato nel 1995 a 650 metri di quota, il giardino botanico di Lama dei Peligni è dedicato a Michele Tenore, il naturalista che per primo ha identificato il Fiordaliso della Majella (Centaurea tenoreana). L’oasi montana si estende per 9mila metri quadrati e ospita circa 500 specie vegetali, molte endemiche dell'Appennino Centrale o esclusive della Majella e dei rilievi circostanti.

Nel giardino sono presenti sezioni con valenza didattica e altre che riproducono i vari ambienti della Majella, inoltre è ospitata una ricostruzione di un insediamento rurale di età neolitica. La piccola oasi di Lama dei Peligni è anche impegnata nel recupero delle varietà locali e nella tutela di alcune specie della flora abruzzese a rischio estinzione.

La prima attività è svolta in una sezione ad hoc del giardino, mentre la seconda viene operata nella Banca del Germoplasma della Majella, ospitata all’interno dell’oasi.  


La chiesa rupestre e lo stivale pieno d’oro

Scavata nella roccia a oltre mille metri di quota, la grotta di Sant’Angelo è una cavità naturale larga una ventina di metri, alla quale si accede da un ingresso impervio e ripido. Ma nonostante la sua posizione e la sua struttura – o forse proprio per quello – è stata utilizzata come luogo di culto dell’Arcangelo Gabriele fin dal Medioevo.

Dell’antica chiesa rupestre non resta molto, ma le poche tracce visibili permettono di stabilire che la parte frontale della grotta era murata e presentava un unico accesso al centro. L’interno, invece, era composto da due ambienti. Il primo, più ampio, costituiva la zona presbiteriale, come confermano i resti di un altare, un’edicola in legno e un’acquasantiera scavata nella roccia. Il secondo, più piccolo, ospitava i romiti.

La tradizione vuole che nell’eremo abbia vissuto il beato Roberto da Salle – discepolo di Pietro del Morrone, poi Papa Celestino V – prima di fondare a Lama dei Peligni il Monastero di Santa Maria della Misericordia. Ma non solo. Sempre la vulgata popolare racconta che nella grotta abbia cercato rifugio dalla peste del 1656 il notaio Camillis di Lama.

E forse proprio quest’ultimo è stato la causa indiretta della pressoché totale distruzione del già compromesso eremo. Circa una secolo dopo il suo “soggiorno”, nella grotta è stato ritrovato uno stivale pieno d’oro. La scoperta ha scatenato una frenetica “caccia al tesoro”, che ha spinto la gente del posto a buttare giù quello che ancora era in piedi per trovare altre ricchezze.

La grotta di D’Annunzio

Il nome ufficiale è “Grotte del Cavallone”, ma per tutti (o quasi) è la “Grotta della figlia di Iorio”. Il riferimento alla tragedia di Gabriele D’Annunzio è dovuto al fatto che il Vate ha utilizzato l’antica cavità – formatasi tra 65 e 23 milioni di anni fa – come ambientazione dell’opera (pur non essendoci mai stato).

Con qualunque nome si scelga di chiamarla, la formazione carsica scavata nel versante orientale della Majella è lunga più di due chilometri e presenta un corridoio centrale e tre diramazioni secondarie. La parte visitabile si sviluppa per “soli” 1.360 metri ed è scandita da un susseguirsi di piccoli specchi d’acqua, stalattiti e stalagmiti che danno forma a uno straordinario mondo sotterraneo.

La Bolgia Dantesca, la Sala degli Elefanti, la Sala dei Merletti, la Torre di Pisa, oltre al Ricovero di Mila e alla Sala di Aligi di dannunziana memoria, sono solo alcuni degli stupefacenti ambienti delle Grotte del Cavallone. Ma la meraviglia inizia ancora prima di entrare, con i trecento gradini scavati nella roccia che conducono all’ingresso della cavità (tra le più alte visitabili in Europa, a 1.475 metri di quota).

La scalinata mozzafiato – in tutti i sensi – inizia in prossimità della funivia “Colle Rotondo-Cavallone”, realizzata nel 1978 per rendere più semplice l’accesso alle grotte e favorirne lo sfruttamento turistico. In alternativa, la cavità può essere raggiunta percorrendo a piedi un sentiero che si inerpica lungo la montagna e richiede circa due ore di cammino.  

Da Napoli all’Abruzzo: le sfogliatelle di Lama

Lama dei Peligni è conosciuta non solo per il patrimonio storico e naturalistico, ma anche per le sfogliatelle, che la tradizione fa risalire nientemeno che a quelle napoletane.

La storia del dolce tipico del borgo abruzzese inizia all’alba del Novecento, quando una nobildonna di Santa Maria Capua Vetere rivela la ricetta delle sfogliatelle napoletane alla nuora, Annina Di Guglielmo. Poco tempo dopo, Donna Annina si trasferisce a Lama dei Peligni con il marito, il barone Giovanni Tabassi, e inizia a offrire agli ospiti un dolce delizioso.

La baronessa rivisita la ricetta della suocera in base ai propri gusti e agli ingredienti disponibili e crea le “sfogliatelle di Lama”. I golosi dolci riecheggiano quelli napoletani, ma presentano una serie di sostanziali modifiche. La pasta è preparata con lo strutto, che la rende più morbida, mentre il ripieno è fatto con confettura d’uva di Montepulciano (un vitigno molto diffuso nella zona), confettura di amarene, mosto cotto e noci. La forma, infine, non è a conchiglia, ma ovale.

La ricetta (rivisitata) di Donna Annina rimane segreta fino agli anni ’60, quando il cuoco della famiglia Tabassi la condivide con alcune donne di Lama dei Peligni. Da quel momento, poco alla volta, si diffonde fino a diventare un patrimonio di tutto il paese e una vera e propria tradizione.


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